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Trascendenza e meditazione[1]

Vladimir Hudolin

Il lavoro nel Club offre alle famiglie un’opportunità di crescita e maturazione, la capacità di riguadagnare la gioia di vivere, la riappropriazione del proprio futuro perso nei problemi alcolcorrelati, la possibilità di tendere verso un livello superiore della propria esistenza; un superamento, una trascendenza di se stessi.

Per questo i Club hanno il compito di discutere di più del futuro, della gioia di vivere, trascendendo dalla realtà che spesso trascina verso il passato. Anche qui non intendo introdurre, con la parola trascendenza, un concetto religioso, nonostante che l’idea della trascendenza spirituale si avvicini alla religione.

Trascendenza significa, per il concetto ecologico sociale, la possibilità di trascendere se stesso, il proprio comportamento, e scegliere una vita migliore, una spiritualità antropologica migliore, con l’astinenza sì, ma non solamente questa.

 

La trascendenza e la meditazione

Giuseppe Corlito

La parola trascendenza è anch’essa carica di significati religiosi, che la rendono ‘ambigua’ nel nostro ambito e che richiedono continue precisazioni. Ancora una volta Hudolin chiarisce: ‘La trascendenza non si deve comprendere solo in senso religioso, nonostante che il suo significato religioso abbia grande importanza, ma la possibilità di trascendere se stessi, il proprio comportamento e scegliere una vita migliore, una spiritualità antropologica migliore’[2]. Trascendere se stessi per me non vuol dire attingere a Dio, a meno che questo non sia la personificazione dell’Altro[3], trascendere per me significa attingere agli altri come singoli e come società. Ciò vuol dire superare il significato caritativo dell’aiuto (un’indicazione di Hudolin fin dal 1985, che non è ancora compiutamente passata nel nostro movimento dei Club[4]), nella direzione dell’interdipendenza, della condivisione e della solidarietà. Non solo in questo pianeta, sempre più stretto per la straripante umanità, siano sempre più vicini e legati l’uno al destino degli altri, non solo la nostra generazione è legata alla successiva nella sopravvivenza della specie (come ci dimostra un corretto approccio ecologico-sociale) e quindi non solo la solidarietà sociale è una necessità materiale prima di essere una virtù, ma soprattutto gli altri presenti, passati e futuri sono indispensabili al nostro sviluppo personale all’interno dei un modello della mente umana come sistema aperto. Basti un esempio per tutti: l’acquisizione del linguaggio è una qualità speciespecifica, che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi o che forse condividiamo con alcune specie evolute come i primati o i delfini. Per essa la nostra mente è ‘precablata’[5], cioè geneticamente predisposta, ma se il cucciolo d’uomo non entra nella comunità dei parlanti nei primi due anni di vita questa qualità è irrimediabilmente perduta. Questo è l’esempio più palmare di quel rapporto tra cultura e natura che rende l’essere umano unico (o quasi) tra le specie viventi, nel linguaggio di Hudolin ciò attiene alla spiritualità antropologica, al superamento della dualità artificiale tra soma e psiche. Di qui nasce, a mio avviso, l’indicazione della necessità nel Club di captare e verbalizzare il disagio esistenziale prima che diventi sintomo.

La parola meditazione contiene anch’essa significati religiosi forse più marcatamente esotici[6]. Nel quinto Congresso di Assisi, il primo senza il Professore, sua moglie, la Professoressa Visnja Hudolin, ha posto in relazione la meditazione con la trascendenza, cioè ‘la possibilità di osservare se stessi, di iniziare una meditazione per superare il proprio comportamento[7]. Hudolin consigliava una pratica molto semplice: fare ogni sera il bilancio della giornata, cercando di correggere i propri errori e migliorare il proprio comportamento. Nulla di trascendentale! Tutti lo possono fare. Credo che questo tipo di meditazione serva a esprimere fatti quotidiani ed emozioni ad essi connessi in un linguaggio comprensibile e comunicabile, che va nella direzione di trovare quella ‘lingua comune’ tra le persone adatta alla verbalizzazione del disagio esistenziale. Il dramma degli umani è nella contraddizione tra natura e cultura, tra soma e psiche, la ‘dualità artificiale’, la contraddizione tra archipallio (il cervello del serpente) e neopallio (il cervello evoluto dei primati), di cui parlava Hudolin, tra emozioni e pensiero. La meditazione semplice, ma costante, dovrebbe condurre ad un ‘pensiero emozionato’ e ad un ‘linguaggio emozionato’[8], ad una lingua del cuore, che passa per la testa. Non è semplice, ma richiede un esercizio continuo, che come la perfezione non si completa mai fino alla morte.


[1] Tratto da Vl. Hudolin in Merigo G., Schiavi A., Cecchi S., Monesi G. Ricominciare insieme, Brescia, Centro alcologico bresciano e Cassapadana, 1997.

[2] V. Hudolin, op. cit.. 1997, p. 31.

[3] O, meglio in un senso filosofico materialista, l’ipostasi dell’Altro.

[4] V. Hudolin, ‘La comunità terapeutica e il trattamento famigliare’, in V. Hudolin, Famiglia, territorio, salute mentale, ACAT-USL 6 Sandanielese, San Daniele del Friuli, 1985, p. 52: ‘Desidero esplicitamente evitare  l’uso della parola ‘aiuto’, poiché essa implica l’idea di fare la carità’.

[5] J. Monod, ‘I valori nell’epoca della scienza’, in Linea d’ombra, n. 40, 1989, pp. 35-39.

[6] Penso ad esempio alla ‘meditazione trascendentale’ legata a tradizioni religiose e filosofiche orientali, spesso pericolose per la salute mentale se trasportate meccanicamente nella nostra cultura occidentale.

[7] Vi. Hudolin, ‘riflessioni sulle proposte e conclusioni del Congresso 1996’, in Centro Studi S. Francesco, Terzo millennio tempo di riappriopriarsi del proprio futuro, Atti del V° Congresso di Assisi, Nuova Grafotecnica, Casalserugo, 1998, p. 29.

[8] Sono in debito per questa idea ad uno psicoanalista con cui ho a lungo collaborato nel servizio pubblico, Cono Aldo Barnà, psichiatra  e didatta della Società Psicoanalitica Italiana.

 

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