Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento

 

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Problemi multidimensionali

Vladimir Hudolin, con contributi di Vi. Hudolin, N. Regonati, A. Remondini

Lo sviluppo dell’approccio alla multidimensionalità della sofferenza nel sistema ecologico sociale

Vladimir Hudolin

Sempre più diventa chiaro che quasi non esistono i problemi alcolcorrelati che non siano incrociati con altre difficoltà, causalmente o casualmente incrociate, con il problema alcolcorrelato.

Con l’andar del tempo si sono identificati i problemi che più spesso si combinano con l’alcolismo: tra essi l’uso contemporaneo di altre sostanze psicoattive, i problemi psichici gravi (primari e secondari) e i comportamenti autodistruttivi, come ad esempio il comportamento degli alcolisti senza dimora, citati nella letteratura con il termine anglosassone skid row.

L’uomo, sia che il suo comportamento si trovi nell’ambito della normalità, sia che provochi delle difficoltà a se stesso o alla propria famiglia, non può comunque essere visto in una sola dimensione. In altre parole non si può guardare a tutto il suo comportamento, a tutta la sua vita come effetto del suo legame con gli alcolici. La multidimensionalità è alla base della sua vita emozionale, intellettuale, spirituale, religiosa e politica: in una parola, culturale. Se si combinano problemi di una delle dette dimensioni con quelli alcolcorrelati, possono scaturire sofferenze assai gravi.

I Club degli alcolisti in trattamento sono organizzati per le famiglie con i problemi alcolcorrelati. A questo fine sono formati e aggiornati i servitori-insegnanti e le famiglie nel sistema complesso. Al servitore-insegnante si richiede di condurre il colloquio iniziale e di fare al suo interno un inquadramento diagnostico. Nella maggioranza dei casi non si presentano particolari problemi diagnostici, in quanto si tratta di persone a cui in passato è già stata fatta una diagnosi di alcolismo, e che hanno usufruito di varie forme di trattamento prima di entrare nel Club. Quando il servitore-insegnante, durante il colloquio iniziale, non è in grado di escludere la presenza di altri problemi o di complicanze mediche serie, deve consigliare la famiglia di rivolgersi al suo medico di base o allo specialista presso il quale la persona si trova in trattamento, perché sia quest’ultimo a richiedere l’ingresso della famiglia nel Club e a definire la continuazione delle cure mediche, se necessarie, per gli eventuali problemi medici, causalmente o casualmente legati all’alcolismo. Il Club deciderà se accettare una famiglia durante una terapia psichiatrica in corso.

Una precondizione per l’inserimento nel Club di una famiglia con un problema complesso è dato dalla necessità che il servitore-insegnante e le altre famiglie siano aggiornati sul problema specifico della famiglia. Se il servitore-insegnante organizza l’inserimento della famiglia con un problema complesso, deve mettersi d’accordo con la famiglia affinché questo problema sia presentato ai membri del Club. Se la famiglia viene inserita nel Club richiederà al servitore-insegnante e alle altre famiglie sforzi supplementari; e questo può essere fatto solo se i membri conoscono la particolarità della situazione e accettano l’inserimento. Se la famiglia non accetta di presentare il suo problema nel Club non si può proporne l’inserimento.

Le famiglie con problemi difficili e complicati o multidimensionali possono essere inserite nei Club degli alcolisti in trattamento esistenti alle seguenti condizioni:

a)   la famiglia deve accettare di informare del proprio problema i membri del Club degli alcolisti in trattamento;

b)  il servitore-insegnante del Club deve essere aggiornato sulle problematiche specifiche della famiglia;

c)   il Club degli alcolisti in trattamento deve essere disponibile ad accettare l’inserimento di una famiglia con un problema complesso;

d)  la famiglia deve accettare tutti gli obblighi che derivano dall’inserimento nel Club, come per tutte le altre famiglie del Club;

e)   in un Club di dodici famiglie non possono essere inserite più di due famiglie con problemi complessi.

Non occorre, naturalmente, sottolineare che la famiglia deve accettare di astenersi dall’alcol, dai farmaci psicoattivi e dalle droghe illegali.

Le stesse modalità per l’inserimento nel Club degli alcolisti in trattamento valgono per tutti i problemi complessi.

Le due combinazioni particolarmente gravi e più spesso riscontrabili sono la combinazione del problema alcolcorrelato con l’uso di altre sostanze psicoattive e la compresenza di disturbi psichici.

 

L’uso di altre sostanze psicoattive

Vladimir Hudolin

I problemi alcol/drogacorrelati fanno spesso parte dei problemi complessi, ed è naturale analizzare le cause che richiedono il loro inserimento nei Club e l’interesse che ultimamente suscitano.

La combinazione dell’uso di sostanze psicoattive legali e illegali con i problemi alcolcorrelati non è specifica del Club degli alcolisti in trattamento. Nei gruppi di A.A. fin dall’inizio ci si interrogò sui comportamenti da tenere con coloro che, sebbene non siano alcolisti, soffrono per i disagi dovuti all’uso di altre sostanze, o con gli alcolisti che simultaneamente usano sostanze psicoattive.

 

Perché occuparsi dei problemi complessi alcol/drogacorelati?

Quando si parla del Club e dei problemi alcol/drogacorrelati si pensa alla combinazione di questi due problemi sia nello stesso membro della famiglia sia negli altri membri famigliari che soffrono di uno o di ambedue questi disturbi.

Secondo la letteratura professionale recente più del 52% dei giovani consumatori di droghe illegali sono persone con problemi incrociati alcol/drogacorrelati. L’esatto numero degli alcolisti che usano sostanze psicoattive è sconosciuto, ma in base all’esperienza dei Club degli alcolisti in trattamento sembra essere elevato. Il numero delle persone che usano droghe è in costante aumento: negli Stati Uniti, un abitante su sette ha problemi alcolcorrelati, un abitante su venti usa altre droghe.

Se si sensibilizzano i servitori-insegnanti a riconoscere precocemente le persone che fanno uso di sostanze psicoattive, si può sperare che un eventuale trattamento risulti più efficace, prima che si siano sviluppati gravi complicazioni psichiche, fisiche e sociali.

Esistono varie ragioni per cui occuparsi di problemi alcol/drogacorrelati:

·      l’aumento nella popolazione del numero dei problemi alcolcorrelati e dei problemi drogacorrelati, visto sia nella letteratura professionale sia nella pratica, e l’uso delle altre sostanze nella stessa famiglia è sempre più presente;

·      la necessità di sviluppare un sistema di diagnosi precoce nella comunità locale, offrendo così la possibilità di intervenire prima che si siano sviluppate gravi complicazioni;

·      la possibilità di realizzare una migliore prevenzione primaria nella comunità;

·      la riduzione dei tassi d’ospedalizzazione, iniziando il trattamento prima che sia presente una indicazione per il trattamento ospedaliero;

·      la consuetudine che si va instaurando di trattare congiuntamente nelle istituzioni e nei programmi socio-culturali entrambe le problematiche.

Tali ragioni hanno trovato pieno supporto nell’attuale organizzazione della rete territoriale dei Club degli alcolisti in trattamento, che con la loro presenza costante favoriscono la diagnosi precoce ed il coinvolgimento della comunità locale.

 

Perché i Club degli alcolisti in trattamento e non Club specifici?

Molte volte ci si è posti il dubbio se realizzare Club specifici o utilizzare i Club degli alcolisti in trattamento o altri programmi socio-culturali non specifici. Il programma dovrebbe essere quanto più possibile rispondente ai meccanismi presenti nella comunità locale. Pertanto, se in un Club sono presenti esclusivamente famiglie con un grave problema di comportamento o di problemi drogacorrelati, si realizzerebbe una condizione di alienazione di un gruppo di persone. Il bere è una condizione accettata nella società e così pure l’alcolismo. Nei Club degli alcolisti in trattamento è pertanto presente una rappresentazione della ‘normalità’ della comunità locale, con i relativi problemi, compresi quelli drogacorrelati.

Varie sono le ragioni che consigliano di riferirsi ai Club degli alcolisti in trattamento piuttosto che creare Club specifici:

·      la cultura sanitaria e generale della comunità locale accetta sostanzialmente il bere e i problemi alcolcorrelati, e l’inserimento nei Club degli alcolisti in trattamento non implica gravi processi di stigmatizzazione o di alienazione;

·      nei Club degli alcolisti in trattamento risulta più facile ottenere l’astinenza da alcol, indispensabile anche nella famiglia con i problemi drogacorrelati o alcol/drogacorrelati, di tutti i membri della famiglia;

·      il processo di cambiamento dello stile di vita nei Club è facilitato dalla presenza dei famigliari degli alcolisti che operano negli altri programmi per i problemi alcolcorrelati all’interno della comunità locale; così è più facile l’inserimento nella comunità della famiglia con un problema drogacorrelato o complesso;

·      è più facile, ove necessario, trovare la famiglia sostitutiva;

·      è più facile l’inserimento lavorativo nella comunità nella quale si sono sviluppati tali programmi;

·      è più facile ottenere un’omeostasi positiva fra le famiglie della comunità multifamigliare nella comunità locale.

 

Problemi sociali, esistenziali

Vladimir Hudolin

 I disturbi del comportamento sociale vengono spesso descritti nella letteratura come causa dei problemi alcolcorrelati.

Di solito si tratta di comportamento aggressivo, a rischio, associale e antisociale. Nella letteratura si parla di questo disturbo come psicopatia, e di personalità psicopatiche.

Nel registro degli alcolisti ospedalizzati in Croazia, già menzionato, non si è potuto constatare che il disturbo comportamentale primario (di tipo caratteropatico) fosse causa di alcolismo. Invece abbiamo visto che il bere e l’alcolismo, particolarmente se iniziano nella giovane età, combinati con vari fattori ambientali, possono portare ad una ‘psicopatizzazione’ alcolica della personalità.

Questo quadro può migliorare con il trattamento, diversamente dalle personalità psicopatiche primarie dove i risultati positivi sono difficilmente ottenibili. Il bere e gli eventuali problemi alcolcorrelati, in questa popolazione, entrano nel gruppo delle sue caratteristiche comportamentali. Conseguentemente si troveranno spesso in questo gruppo delle persone con il bere problematico e l’alcolismo, se non si trovano prima in carcere o in un cimitero.

L’uomo, come tutta la vita, ha bisogno di salvaguardare l’esistenza bio-psico-sociale individuale, famigliare e sociale. Per l’uomo, a differenza delle altre strutture viventi, dobbiamo aggiungere la salvaguardia dell’esistenza spirituale. La preoccupazione per la propria esistenza è una delle caratteristiche più sviluppate e presenti in tutti gli organismi viventi: il suicidio è un corto circuito dovuto a vari fattori che non possono essere analizzati in questo manuale, dedicato al lavoro pratico dei programmi territoriali per i problemi alcolcorrelati e complessi.

Altri problemi esistenziali (riguardanti la famiglia, la comunità, la società, il pianeta, il cosmo) possono essere visti come ecologia sociale che prevede anche una giustizia sociale, della quale, peraltro, non si parla abbastanza. Questi altri fattori, aspetti del senso esistenziale, possono essere, e molte volte lo sono, meno sviluppati, e conducono a varie crisi nel nostro mondo. La guerra ne è un esempio molto chiaro.

La crisi esistenziale personale e famigliare è tra le condizioni più spesso riscontrate nel Club e negli altri programmi per i problemi alcolcorrelati e complessi, nonostante non sia di solito diagnosticata perché non le abbiamo dato importanza.

Una parte importante delle crisi esistenziali entra nell’ambito dei problemi spirituali: individuali, famigliari e sociali.

Alcolisti senza dimora o skid row alcolisti

Vladimir Hudolin

 

Tra i problemi comportamentali riscontrati negli alcolisti, si trovano i cosiddetti alcolisti skid row (senza dimora). Secondo ricerche fatte da N. Lazic nel 1980, gli alcolisti skid row erano, nella Clinica di psichiatria, neurologia, alcologia e altre dipendenze in Zagabria, il 4-5% degli alcolisti, il che corrisponde ai dati della letteratura mondiale.

Nella pratica di lavoro, gli operatori socio-sanitari, come pure i membri dei Club degli alcolisti in trattamento, si trovano in difficoltà quando devono offrire sostegno o assistenza alle persone abbandonate, di solito con gravi problemi fisici, persone senza casa e senza famiglia, che non chiedono nemmeno di essere aiutate. La società ha il dovere di fare qualcosa anche per questa categoria di persone. Gli skid row sono soggetti che non hanno più famiglia, che sono quasi sempre ubriachi, che vivono e dormono dove capita, che lavorano solo saltuariamente. Il termine skid- row alcoholics, secondo M. Keller e M. McCormick (1968), viene dal nome di quei sentieri ripidi fatti di tronchi paralleli, lungo i quali venivano fatti scendere dal bosco i tronchi per essere avviati a valle.

A Seattle, nei pressi di uno di questi sentieri, è sorto un tempo un quartiere popolato per lo più da marginali, tra cui numerosi alcolisti. Con questo nome furono in seguito indicati i quartieri poveri delle grandi città. In questi quartieri si concentravano i vagabondi, i barboni, le persone con svariati e gravi problemi comportamentali e gli alcolisti. Di qui l’origine del termine.

Le ricerche effettuate da N. Lazic (1980), hanno dimostrato che in Croazia vi sono non pochi skid-row. Il trattamento di questi alcolisti è reso più difficile dalla mancanza di una famiglia cui fare riferimento e dalla mancanza in genere di legami interpersonali. Di solito sono presenti in questi soggetti lesioni alcoliche diffuse.

Questo tipo di alcolisti è presente soprattutto nelle grandi città, per cui sarebbe opportuno che alcuni Club cittadini prestassero un’attenzione particolare a questa categoria di persone, come hanno fatto a Genova. Ogni Club dovrebbe accettare solo uno o al massimo due alcolisti di questo tipo. Le esperienze di lavoro con questo gruppo di alcolisti sono poche e la loro mortalità è inevitabilmente molto alta.

Anche l’alcolista senza dimora può essere inserito nei Club alle stesse condizioni che valgono per le famiglie con problemi difficili e complicati. Una difficoltà aggiuntiva è data dal fatto che l’alcolista senza dimora può essere aiutato solamente se nel Club in cui è inserito si organizza per lui una famiglia sostitutiva. In questo caso i famigliari sostitutivi devono accettare obblighi che sono più complessi rispetto a quelli dei famigliari sostitutivi di un alcolista solo. Alcuni Club hanno maturato recentemente esperienze particolari con alcolisti senza dimora, ed in proposito merita ricordare l’esperienza fatta a Genova da padre Remondini e l’organizzazione ‘San Marcellino’.

 

Il lavoro con gli skid row, senza dimora

N. Regonati

I Club che hanno dato vita ai programmi agli inizi degli anni ‘80 (e forse succede tuttora!) si sono trovati da subito a fare i conti con la complessità, con quelle zone di frontiera (come ama chiamarle Colusso[1]) che per prime sono afferite ai programmi.

Forse allora non le avremmo definite così, forse allora anche in tutti noi regnava sovrano lo stereotipo dell’alcolista trasandato, sporco, barba e capelli lunghi, sdraiato su di una panchina con in mano una bottiglia, senza casa e senza legami, e quindi ci sembrava normale che di queste persone prevalentemente i Club fossero formati. Persone nella vita delle quali si concentrano problemi e sofferenze multidimensionali e per le quali la ‘risorsa’ famiglia è un bene spesso negato o perso.

Questa situazione diede origine alle prime riflessioni sul significato della famiglia nel Club e su se e come fosse possibile pensare ad una ‘famiglia sostitutiva’.

Non mi è mai piaciuto questo termine, perché mi viene difficile cogliere fino in fondo il significato del “sostituire” una famiglia: l’esperienza mi ha insegnato che in certi momenti della vita una persona si può trovare in una condizione particolare in cui la sua famiglia non c’è o è lontana fisicamente e/o affettivamente ed altre persone condividono, sia pure a livelli ed intensità diverse, i momenti significativi della sua esistenza. Da qui a chiamarli ‘famigliari sostitutivi’ il passo è breve dal punto di vista razionale, ma non lo è altrettanto da quello emozionale. Una famiglia non si sostituisce: c’è o non c’è e se c’è, spesso riesce ad esserci in modi diversi. Ciò non impedisce che due o più persone possano condividere una parte di cammino della loro vita, anche senza essere unite da legami familiari, ma essendo significative l’una per l’altra. Questo talvolta avveniva nell’esperienza dei Club.

“Ma i CAT sono comunità multifamigliari e soltanto come tali funzionano”, cominciò a dire qualcuno; “essi non rappresentano una risposta soddisfacente per le persone senza famiglia, senza casa, senza riferimenti affettivi”.

Per fortuna molti altri hanno creduto nel Club come specchio della comunità locale e quindi in grado anche di accogliere, di prendersi cura delle differenze, non negandole, ma facendosene carico come ricchezze. Bisognava inventare come, tenendo anche conto di uno slogan, allora in voga nei Club, che sosteneva “nessun uomo è un’isola”, ribadendo così che ogni uomo può contare su di un legame, seppur debole,  sul quale impostare il proprio percorso, le proprie motivazioni.

Grazie agli stimoli sempre fortemente provocatori, ma anche ricchi di umanità del professor Hudolin, anche a Padova si lavorò in tal senso.

Il cammino teorico/ideologico dei programmi ecologico-sociali ha visto l’esperienza padovana tradursi in due momenti che vorrei descrivere brevemente evidenziandone le caratteristiche ed i nodi problematici per concludere poi con alcune riflessioni.

 

Primo momento (dal 1984 al 1992)

Il primo approccio ai problemi alcolcorrelati resi complessi dal trovarsi in situazione di homeless ha spronato tentativi pionieristici di far pronte alle specifiche situazioni. Alcuni risultati sono stati soddisfacenti, ma la verifica continua e l’evoluzione stessa delle esperienze hanno portato a cambiamenti anche radicali nel tempo.

In particolare, i punti deboli che hanno caratterizzato questa fase ed hanno portato poi gli stimoli maggiori alla riflessione ed al cambiamento sono stati:

- una non sufficiente attenzione alla famiglia, intesa come ricerca individuale di legami significativi, al momento dell’inserimento nei CAT delle persone senza dimora;

- un programma di supporto presso l’Asilo Notturno locale, caratterizzato da un approccio troppo specialistico e che non si inseriva nella condizione specifica delle persone e della loro rete di relazioni;

- una collaborazione con gli operatori delle cucine economiche popolari e dell’Asilo Notturno che non teneva sufficientemente conto della necessità di condivisione dell’approccio e dei suoi principi;

- una disattenzione agli equilibri del CAT con la tendenza a favorire l’omogeneità, inserendo molte persone senza dimora in uno stesso CAT.

Accanto ai già citati risultati positivi, si è assistito di fatto ad una progressiva involuzione dei programmi di supporto, resi talvolta sterili dall’isolamento nel quale nascevano e si sviluppavano.

 

Secondo momento (dal 1993 ad oggi)

Alla luce delle riflessioni sopra descritte, dopo un periodo in cui l’attenzione e l’investimento in questa direzione sono notevolmente calati, si è giunti oggi ad una reimpostazione totale del lavoro sia nei presupposti che nei contenuti.

Da alcuni anni, sulla spinta propulsiva dei Club è nato a Padova il Centro alcologico territoriale che facilita l’attivazione delle reti territoriali, in quanto fin dalla fase di progettazione degli interventi è concretamente presente la rete operativa nel territorio, in quello specifico settore e la possibilità di condividere principi, valori e metodologia di lavoro.

Questo permette nel caso delle persone senza dimora, che esse afferiscano per diverse strade al CAT, ma comunque sempre riconducibili all’interno di un programma e di un percorso articolati, che vedono da subito l’attivazione di una gran parte delle risorse esterne alla persona, ma ad essa collegate, utili a sostenerla nel cammino verso il cambiamento ed a fornirle alternative nei momenti di difficoltà e di crisi.

La scelta che in molti dei servizi pubblici e del privato sociale si sta consolidando di mettere la persona al centro di una rosa di risorse umane e materiali disponibili, permette infatti di attingere, in modo sufficientemente flessibile, a risposte personalizzate e modificabili. Attenzione quindi non più rivolta al problema da risolvere (con servizi specialistici in tal senso orientati), ma alla persona, nel tentativo di fornirle opportunità di scelta autonoma e propositiva verso la propria realizzazione e facilitarle la conoscenza e l’accesso alle risorse.

La condivisione del modello dell’accompagnamento sociale[2] come rinuncia all’istituzione di sempre nuovi servizi a favore di un loro diverso utilizzo permette, nel caso specifico dei problemi alcolcorrelati, di motivare sul piano affettivo oltre che razionale e di sostenere lo sforzo che ogni cambiamento richiede (soprattutto a chi ha sviluppato nel tempo forti resistenze in tal senso) con la restituzione di gratificazioni sia sul piano affettivo che relazionale, verso la riassunzione di un ruolo sociale significativo.

Tutto ciò si traduce operativamente nell’attivazione di tutti i Club nell’accoglienza delle persone senza dimora ed in un collegamento continuo tra i Club e la loro comunità locale, in particolare con l’Assessorato alle Politiche Sociali, i Centri di Igiene Mentale, i Ser.T., gli ospedali, i medici di medicina generale, l’Asilo Notturno e le altre accoglienze abitative, le cooperative di reinserimento lavorativo, gli operatori formati in campo alcologico secondo il Metodo Hudolin con funzioni di accompagnatore sociale (o familiare sostitutivo, se vogliamo usare una terminologia più vicina a quella dei Club), le Cucine Economiche Popolari.

La persona senza dimora che inizia un percorso di sobrietà trova quindi nella sua rete di relazioni, a partire dalla capacità di ascolto e di accoglimento della sua richiesta di aiuto, una catena coerente di stimoli e di sostegni che cerca di rispondere alla complessità della sua situazione ed alla multidimensionalità dei suoi bisogni.

Questa è la direzione verso la quale stiamo andando, con la convinzione sempre più radicata che i problemi alcolcorrelati complessi possano trovare nel Club una risposta efficace e soddisfacente se il Club è cellula viva della sua comunità e capace di interazione e di scambio con quanto lo circonda.

 

L’esperienza di questi anni mi ha convinta che la complessità non è una semplice aggiunta al problema alcolcorrelato, ma una condizione che dà origine ad una situazione nuova, diversa in cui i problemi alcolcorrelati non sono il nucleo principale a cui tutto il resto può o meno girare attorno determinandone la complessità, ma dove la complessità è protagonista di se stessa e come tale va affrontata.

Se penso quindi a risposte ai problemi alcolcorrelati delle persone senza dimora, le posso solo immaginare come uno sforzo per comporre un puzzle in cui gli elementi sono prevalentemente gli stessi ma danno origine, di volta in volta, ad immagini sempre nuove e sempre diverse. Lo sforzo consiste proprio nel non perdere la creatività e la disponibilità a rinunciare alla sicurezza delle risposte standard a favore di prospettive meno certe ed a volte inesplorate che ogni persona ci può suggerire.

  

Il lavoro con gli skid row a Genova

 A. Remondini

 L’Associazione San Marcellino di Genova si occupa, in modo specifico fin dal 1986, di accoglienza e progetti di riabilitazione per persone senza dimora. Essa mira a promuovere l’incontro con le persone sulla strada perché queste possano riprogettarsi con dignità, mentre chi le incontra possa guardare a sé ed al mondo con occhi diversi, più comprensivi e giusti.

Nel tempo essa ha orientato il proprio lavoro elaborando una metodologia di intervento che tende alla creazione di percorsi di reinserimento sociale delle persone accolte. Il problema dell’alcol fin dall’inizio era, come oggi, molto diffuso tra le persone che vivono l’esperienza della strada e nella maggioranza dei casi costituiva un ostacolo estremamente rilevante ad ogni tentativo di aggancio e/o di progetto. Gli sforzi per introdurre strumenti di lavoro che aiutassero le persone a non bere più andavano incontro alla totale, reciproca frustrazione. Nel Gennaio 1988 Maurizio Battaglia, in servizio civile presso l’Associazione, frequentò a Pordenone un Corso di sensibilizzazione ai problemi alcolcorrelati, dando inizio all’esperienza dei Club: ritornato dal Corso, aprì un Club con alcune persone senza dimora che, al tempo, frequentavano il centro. Era chiaro che il metodo fosse efficace e utilizzabile solo con la partecipazione di tutta la famiglia mentre, come è noto, le persone senza dimora non hanno famiglia o con essa hanno interrotto tutti i rapporti. Ma il senso di impotenza aveva incrementato lo sviluppo di nuove strade. I risultati furono quasi miracolosi. Tanti nomi e tanti volti mi tornano alla mente, e credo che questo sia il bello: si tratta di una storia fatta di nomi e volti.

Il fatto che tante persone stessero meglio, che la partecipazione al Club avesse loro consentito, con l’astinenza, di poter anche procedere in un progetto di riabilitazione, aveva portato ad approfondire le relazioni con il metodo. Di fatto alle persone veniva proposto, accanto all’esperienza del Club, di gestire le proprie relazioni, di provarsi in una situazione alloggiativa dignitosa, in un contesto lavorativo, di mantenere un contatto diverso con la propria salute, di curare la ripresa di interessi culturali e di svago. Vladimir Hudolin e sua moglie Višnja incoraggiavano a procedere con la formazione, sostenendo l’Associazione di fronte alle prime difficoltà e partecipando alle prime serate di sensibilizzazione che si tennero a Genova assieme alle prime persone inserite nei Club.

Dopo l’apertura dei primi due Club si apprese che a Genova da un po’ di tempo esisteva un altro Club che una famiglia, di ritorno da un ricovero a Castellerio, aveva aperto pur senza ‘operatore’ (come si diceva all’epoca). La relazione con loro permise anche di incontrare altre persone, operatori del pubblico e del privato, studenti, un impiegato, un medico militare ed altri ancora, che si avvicinarono ai Club genovesi. Insieme venne costituito il primo nucleo genovese che poi dette vita all’ARCAT Liguria, di cui io fui il primo presidente.

Nel frattempo i Club si erano moltiplicati, sempre meno del necessario, proprio come oggi, ma in modo incoraggiante. Nei primi, composti solo da persone senza dimora, si inserirono famiglie della zona portando un nuovo contributo ai compagni e un nuovo impulso a tutto il nucleo. La crescita del numero delle persone interessate a far parte di un Club poneva il problema della formazione di nuovi ‘operatori’ e dell’aggiornamento dei ‘vecchi’. Fu anche così che nel 1991 arrivò il primo Corso di sensibilizzazione organizzato in Liguria.

Resta il fatto che quello che più caratterizza l’esperienza genovese è, a tutt'oggi, l’apertura dei programmi e del metodo anche alle persone senza dimora, privilegiando l’idea che non si può negare l’accoglienza in un Club ad una persona che la chiede.

Si è perciò affrontato il problema delle famiglie; con tutti si è cercato, quando possibile, di stimolare una ripresa dei contatti con le famiglie, talvolta con un notevole successo. Nelle situazioni ‘impossibili’, come è facile immaginare nel caso di persone che interrompono, con l’esperienza della strada, qualsiasi legame precedente, si sono sperimentate diverse combinazioni: hanno partecipato al Club persone accompagnate da volontari (alcuni dei quali coinvolti sino a trasformarsi in quelle che oggi chiamiamo famiglie sostitutive), accompagnate da astinenti con un po’ di ‘anzianità’, coppie di alcolisti, ma molti continuarono, e continuano a frequentare soli.

Il problema delle persone sole nei Club costituisce, in sostanza, ancora oggi un forte stimolo alla riflessione e all’approfondimento. La nostra Associazione incoraggia e partecipa a dibattiti sulla famiglia sostitutiva, sforzandosi di partire da quei membri di Club che vivono in prima persona quest’esperienza. Lo scopo è anche quello di tenere viva quell’attenzione all’uomo che fa crescere, capaci di cercare nuovi strumenti, alimentando la possibilità del cambiamento, nel pieno spirito di questo metodo, che non è stato posto al centro, immutabile con le sue teorie, ma a servizio, in continua tensione ed evoluzione per aiutarci ad essere ed a renderci migliori.


[1]L.Colusso. ‘Crisi della comunità, crisi del Club e necessità di cambiamento del paradigma’, Atti del 5° Congresso Nazionale dei Club degli alcolisti in trattamento, Grado, Settembre 1996.

 

[2]Vedi a questo proposito L. Gui. ‘L’intervento per le persone senza dimora: più che strutture nuove un approccio diverso’, Gli ultimi della fila (rapporto 1997 sui bisogni dimenticati), Caritas Italiana e Fondazione E. Zancan, Feltrinelli, 1998.

 

 

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