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Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
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PRESENTAZIONE E’ noto a molti che il prof. Hudolin invitava spesso a mettere per iscritto quanto si andava facendo ai vari livelli dei programmi alcologici, per dare dignità scientifica al nostro lavoro, ma arrivare ad organizzare una ricerca capillare sul funzionamento dei Club italiani, che sono tanti, non era semplice. Occorreva un coordinamento, che in realtà negli anni era mancato, nonostante alcuni lodevoli tentativi di far decollare una Banca Dati, tentativi che sono però rimasti sempre a livello regionale o provinciale. Arrivare ad avere una Banca Dati Nazionale significava mettere insieme i dati riguardanti decine di migliaia di persone, un lavoro molto ampio, che avrebbe scoraggiato organizzazioni ben più strutturate della nostra. Ma talvolta dove mancano i mezzi si può supplire con l’entusiasmo e con la determinazione. Va dato atto al Gruppo di Lavoro che si è costituito in seno all’AICAT qualche anno fa, coordinato da Guido Guidoni, se oggi disponiamo di questo strumento, che riassume lo sforzo organizzativo e lavorativo di oltre 20.000 famiglie e quasi 3.000 servitori insegnanti dei Club italiani. In particolare sono di grande rilievo i risultati sul cambiamento dei comportamenti dei membri di Club, e l'autovalutazione che le famiglie fanno del grado di cambiamento del loro stile di vita. Dobbiamo il merito di questo successo innanzi tutto alle famiglie dei Club e ai servitori-insegnanti che hanno collaborato a questa raccolta di dati, soprattutto a quelli che, come volontari, si sono impegnati poi nella elaborazione dei dati, donando la loro capacità tecnica ed organizzativa, che, insieme alla determinazione, gli ha consentito di portare avanti questo lavoro. Questa ricerca, che ormai ha acquisito una cadenza annuale, serve prima di tutto alle famiglie stesse, perché sappiano quale livello di qualità ed efficacia il lavoro che esse stesse svolgono nei Club riesce ad esprimere, e poi serve all'AICAT, per rappresentare all'esterno la bontà e l'affidabilità di questo lavoro. L'AICAT, che ha fra i suoi compiti anche quello di rappresentare il mondo dei Club a livello istituzionale, sia in Italia che all'estero, sentiva in modo particolare la mancanza di uno strumento del genere, e così ha subito provveduto a tradurre in inglese testo e grafici della Banca Dati 2001, che sono già stati inviati, o per e-mail o per posta, alle agenzie che in questo momento ci interessano di più, come l'O.M.S. a Copenhagen, la Commissione Europea sulla Salute a Lussemburgo, EUROCARE a Londra, nonché ad associazioni private che si stanno interessando o che hanno già adottato il nostro metodo, in particolare i Buoni Templari ad Oslo, Copenhagen e Stoccolma. E’ stata preparata anche una versione più breve, sempre in inglese, che è stata inviata ad amici e simpatizzanti in Francia, in Inghilterra, in Germania, in Austria, in Belgio, in Olanda, in Slovenia, e negli Stati Uniti. Questo ci consente di presentarci adeguatamente ad altri enti ed associazioni, con maggiori possibilità di concludere collaborazioni, promuovere la nascita e far progredire lo sviluppo dei Club anche all'estero, dove oggi essi sono rappresentati in 34 paesi, come si vede nella cartina allegata, ma che speriamo, adesso, di far crescere più rapidamente. Genova, 10/9/2004 - Ennio Palmesino (Presidente AICAT). Tabella 1
1. QUALE CONTRIBUTO DELLA BANCA DATI NAZIONALE ALLO SVILUPPO DEL METODO HUDOLIN Sergio Cecchi Sono ormai passati 25 anni da quando nacque il primo Club degli Alcolisti in Trattamento in Italia (a Trieste nel 1979). In questo quarto di secolo non solo la società italiana ma l’intero pianeta è profondamente mutato. Abbiamo assistito infatti a rilevanti cambiamenti culturali, scientifici, politici ed economici. La realtà personale di ognuno ha dovuto cercare di adattarsi (e tale processo dura tutt’ora) ad un contesto sociale che ha continuato a modificare i propri principali e tradizionali riferimenti. Forse non è casuale che tutto ciò sia avvenuto proprio alla fine del secondo millennio in un momento nel quale, come spesso ricordava Hudolin, tutti si aspettavano di transitare in una “nuova epoca”. Come possiamo leggere in molti dei suoi scritti, Hudolin percepiva il diffondersi di un senso di smarrimento nelle donne e negli uomini di fine millennio. Mentre conoscevamo ciò che stavamo lasciando (ad esempio la sicurezza fornita dalle ideologie politiche, il mito della scienza infallibile, la fede in un progresso sempre e comunque assicurato a tutti) non solo non potevamo scorgere i lineamenti del “nuovo mondo” ma, cosa forse più importante, non possedevamo neanche gli strumenti per avvicinarci alla nuova realtà, per capirla e governarla. Ai congressi di Assisi Hudolin paragonò tale situazione del genere umano a quella che abitualmente provano le famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi quando, per la prima volta, si avvicinano al Club e capiscono che anch’esse devono effettuare un “passaggio” ad un nuovo stile di vita. L’abbandono dei vecchi stili comportamentali e l’acquisizione di uno stato di “sobrietà”, legato alla modificazione di alcuni riferimenti nella cultura (spiritualità antropologica) familiare, è spesso fonte di disagio, di “crisi” per il sistema familiare che può anche cercare di ritornare, attraverso la ricaduta, ad una situazione esistenziale che è di sofferenza ma è anche ben conosciuta e, per questo, meno paurosa. Hudolin, proponendo questo parallelismo tra le famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi e la altre famiglie della comunità locale, sottolineava che le prime potevano contare su uno strumento pratico, il Club, che poteva aiutarle ad individuare ed accettare un nuovo stile di vita, più adatto alle domande poste dalle nuove condizioni sociali. Hudolin proponeva così il Club stesso come la “nuova comunità per il futuro”, come un modello di convivenza da proporre anche a coloro che non avevano problemi alcolcorrelati e complessi. Va osservato, come Hudolin abbia sempre affermato che le reali capacità del Club di incidere positivamente sul cambiamento della spiritualità antropologica delle famiglie e della comunità locale, dipendessero per la gran parte dal pieno inserimento del sistema ecologico sociale nella cultura scientifica e sociale. Ciò significa che questo grande uomo di scienza ha sottolineato che la qualità del servizio offerto dai nostri programmi è costantemente legata all’analisi ed alla riflessione sui risultati ottenuti dal nostro sistema e sui cambiamenti che costantemente ci troviamo ad affrontare. Senza ricerca non può esserci nessuna lettura della realtà e, quindi, nessuna riflessione ed innovazione e ciò è tanto più importante nel momento in cui non possiamo più usufruire della sapienza umana e scientifica di Hudolin, mentre abbiamo ancora bisogno di continuare a mantenere in “movimento” i nostri programmi, adeguandoli alle nuove condizioni sociali. Per questi motivi, la terza pubblicazione della Banca Dati Nazionale dell’Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, curata da Guido Guidoni e Angela Tilli, va salutata con entusiasmo. Senza voler entrare nel commento sui dati raccolti e relativi all’anno 2002, cosa che viene fatta con la solita precisione e chiarezza dai due curatori, vorrei proporre soltanto alcune brevi riflessioni sullo stato attuale della Banca Dati, avanzando alcune ipotesi di lavoro per il futuro. 1. Al momento attuale possediamo una sorta di “fotografia” sulla situazione nazionale del sistema dei Club. Le informazioni in nostro possesso sono numerose ed importanti e contribuiscono a darci un’immagine complessiva di chi siamo e cosa stiamo facendo. Mi sento di poter dire che alcune di queste informazioni sono piuttosto affidabili, soprattutto quelle ricavate dalle schede compilate dalle ACAT e ARCAT e dai servitori-insegnanti. Anche le schede compilate dai singoli Club ci forniscono dei dati estremamente interessanti che, tra l’altro, sembrano confermarsi di anno in anno. Così, tra le informazioni che appaiono più significative, possiamo conoscere con una sufficiente attendibilità il numero dei Club attivi sul territorio, la loro collocazione geografica, la data di ingresso delle famiglie al Club, la conoscenza del programma da parte del medico di medicina generale, la frequenza ai momenti formativi e il numero e l’età dei membri delle famiglie che partecipano alle riunioni. Altri dati, soprattutto quelli riferiti all’uso di alcol e di altre sostanze psicoattive prima e successivamente all’ingresso al Club, sia quelli riferiti all’ingresso e all’abbandono delle famiglie del Club, mi sembrano più problematici da decifrare, e questo soprattutto per un motivo principale: per come è strutturata la scheda non è possibile ottenere informazioni supplementari sulle caratteristiche delle famiglie che rimangono e che lasciano il Club, oppure sulle famiglie che continuano la sobrietà e quelle che ricadono. Per i motivi ben illustrati dai curatori, i dati ottenuti aggregando le informazioni su un determinato gruppo non possono poi essere elaborati ulteriormente. Ciò significa che, al momento attuale, noi non possiamo sapere ad es. chi sono le famiglie che entrano, quelle che lasciano e quelle che rimangono nei Club (composizione, status sociale, istruzione ecc.). Non possiamo conoscere neppure le caratteristiche delle famiglie che iniziano e continuano la sobrietà e quelle che ricadono, così come non possiamo sapere se il grado di valutazione del cambiamento dello stile di vita espresso dai componenti della famiglia sia veramente comune a tutti membri e se sia legato all’astensione dall’uso di alcol o al cambiamento dello stile di vita. In generale, quindi, non possiamo fare nessun tipo di incrocio tra i dati contenuti nelle schede. A mio parere questo limite, che era stato previsto dal sistema dei Club, rappresenta ora un ostacolo che dovrebbe essere discusso in quanto, di fatto, non possiamo presentare dei dati sufficientemente attendibili sull’efficacia del nostro approccio. Raccogliendo le ipotesi già proposte da Guido Guidoni e Angela Tilli nelle conclusioni del DATACLUB 2001, si potrebbe pensare di procedere a ricerche selettive, scegliendo un campione ridotto di famiglie e rappresentativo dell’intera realtà nazionale con l’obiettivo di analizzare specifici aspetti del lavoro dei Club, mentre la frequenza della raccolta ed il tipo di informazioni della Banca Dati potrebbero essere rivisti. 2. Bisognerebbe riflettere sull’opportunità e sulla possibilità reale di allacciare rapporti di collaborazione con istituti scientifici, università e, in generale, con quei soggetti che potrebbero supportarci in un progetto di ricerca più elaborato di quello attuale, così come era stato già fatto in passato in occasione della ricerca “VALCAT”, realizzata in collaborazione con il Ministero della Sanità. Ovviamente ci si rende conto che ciò comporta anche dei pericoli e dei problemi concreti per i nostri programmi ma, mentre mi pare difficile cercare di approfondire la conoscenza sul nostro lavoro contando soltanto sulle nostre esclusive forze dall’altra parte, credo che possediamo anche delle “difese” che potrebbero proteggerci da eventuali manipolazioni. In ogni caso, mi sembra veramente un peccato che un grande movimento come il nostro che, nei fatti, ha già dimostrato ampiamente la sua efficacia, non riesca a produrre una ricerca che, dal punto di vista metodologico, possa essere accettata dalla comunità scientifica nazionale ed internazionale. In un momento storico nel quale, sempre più il privato sociale appare delinearsi come un possibile partner per i servizi socio-sanitari, i quali difficilmente nel prossimo futuro potranno vedere accrescere le loro risorse economiche e professionali, credo che dovremmo accettare il fatto che il modo migliore di proporci sia “mostrare i dati”. 3. Non dobbiamo scordarci che abbiamo anche altre numerosi fonti di informazioni, prime tra tutte i verbali delle riunioni dei Club. Forse sarebbe interessante produrre una pubblicazione che contenga, allo stesso tempo, l’analisi dei dati statistici accompagnata dalla “voce” delle famiglie dei Club, in modo tale, da “tradurre” il significato dei numeri con esempi di esperienze di vita. Vorrei comunque concludere potendo esprimere la soddisfazione e l’orgoglio di appartenere ad un sistema che, anche con tanti problemi, continua a, garantire ad un elevato numero di famiglie una risposta quantitativamente e qualitativamente elevata alle loro sofferenze alcolcorrelate. Anche se le sfide che ci aspettano sono numerose e complesse i risultati fin qui ottenuti ci debbono spronare a continuare il nostro lavoro, così come Hudolin, nella fase finale della sua vita, più volte ci ha esortato a fare. In tutto questo la ricerca può esserci una buona compagna di viaggio.
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Dal 10/04/2008
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