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Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
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Lo sviluppo della ricerca nel sistema ecologico-socialeG. Guidoni, A. Tilli, M. VariaraHudolin è sempre stato consapevole dell’importanza della ricerca e, sebbene nelle prime fasi dello sviluppo dei programmi alcologici territoriali la precedenza sia stata data alla loro realizzazione pratica, egli ha sempre sottolineato la rilevanza di una raccolta sistematica di dati[1]. In seguito all’introduzione dell’approccio ‘medico-psico-sociale’ in Italia nel 1979 e alla sua successiva denominazione ‘ecologico-sociale’, con il progressivo abbandono dei legami istituzionali a favore di una sempre maggiore territorializzazione e centralità dei Club degli alcolisti in trattamento, si è cominciato a discutere sulla necessità di sviluppare una metodologia di ricerca che fosse coerente con gli assunti teorici e in linea con i nuovi e continui sviluppi, che sono parte integrante dell’approccio ecologico-sociale. Seguendo lo sviluppo della ricerca all’interno dell’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, abbiamo evidenziato quattro fasi: 1. Ricerca secondo un approccio medico tradizionale. 2. Ricerca sui Club. 3. Ricerca con i Club. 4. Ricerca dei Club. Le ultime tre fasi possono anche essere lette come un progressivo superamento del ‘modello medico’. Per ‘modello medico’ intendiamo il modello tradizionale della relazione medico-paziente, oggi messo in discussione anche all’interno della medicina, dove il medico svolge il ruolo attivo di chi conosce, valuta e decide, mentre il paziente si affida alle sue conoscenze e prescrizioni e assume il ruolo passivo di chi risponde ed esegue, delegando al professionista la responsabilità per la propria salute[2]. Poiché l’approccio ecologico-sociale considera i problemi alcolcorrelati e complessi come un tipo di comportamento, uno stile di vita che dipende dalla cultura sanitaria e generale della comunità, il modello medico non può essere applicato ad una simile concettualizzazione del problema alcolcorrelato, poiché “la diagnostica medica omette i fattori sociali e culturali, psichici, spirituali, politici ecc.”[3]. L’assunzione del modello medico tradizionale, inoltre, induce un atteggiamento di delega in cui la persona che chiede aiuto affida all’ ‘operatore della salute’ la responsabilità della risoluzione dei propri problemi. L’abitudine alla delega e la sua accettazione sono tra i più grandi ostacoli allo sviluppo di un approccio partecipativo in campo sociosanitario, quale vuole essere l’approccio ecologico-sociale. Anche la teoria della ricerca esprime una visione partecipativa in quanto, secondo Hudolin, non sono ammissibili osservatori esterni al programma, e la ricerca viene vista come un’attività continua all’interno del lavoro dei Club, con la partecipazione di tutte le sue componenti (persone con problemi alcolcorrelati, famigliari, servitori-insegnanti), un’attività dinamica e flessibile capace di adattarsi alle diverse esperienze di lavoro e all’evoluzione della comunità multifamigliare rappresentata dai Club e dalla comunità locale di cui i Club sono parte[4]. Il superamento del modello medico tradizionale in favore di un modello sempre più “partecipativo” è accompagnato dunque dallo sviluppo di metodologie di ricerca coerenti con gli sviluppi teorici.
Prima fase: la ricerca secondo un approccio medico tradizionale Nella prima fase la ricerca era impostata secondo il modello classico dell’epidemiologia medica poiché nel 1964, quando il programma, allora denominato psico-medico-sociale, cominciò a svilupparsi, lo fece in stretta connessione con la Clinica ‘M. Stojanović’ di Zagabria, diretta dallo stesso Hudolin. Fra le numerosissime ricerche compiute in quegli anni, merita ricordare per la sua notevole importanza il Registro degli alcolisti ospedalizzati della Repubblica di Croazia che, alla fine del 1985, dopo ventuno anni di attività, raccolse i dati riguardanti l’ospedalizzazione di 120.373 persone[5]. Date le sue grandissime dimensioni, questo registro ha rappresentato e rappresenta tuttora un’importante fonte di informazioni, sebbene queste siano state raccolte prevalentemente secondo un approccio medico tradizionale.
Seconda fase: la ricerca sui Club La seconda fase, collocabile temporalmente dall’introduzione della metodologia in Italia fino all’inizio degli anni ‘90, fu caratterizzata dallo sviluppo di ricerche sui Club. La rapida espansione dei Club in Italia stimolò l’interesse dei professionisti e delle istituzioni della salute. La curiosità e la necessità di avere una valutazione, sebbene approssimativa, dei risultati del nuovo approccio ai problemi alcolcorrelati, motivò la produzione di studi che tentarono di descrivere ed indagare la nuova metodologia, analizzando il mondo dei Club, che però in questa fase fu indagato come una realtà separata rispetto agli osservatori e ai fruitori di tali studi. I Club erano l’ ‘oggetto’ di ricerche di cui altri, prevalentemente gli operatori dei servizi sociosanitari, erano i soggetti indagatori.
Terza fase: la ricerca con i Club La terza fase, il cui inizio è databile intorno al 1991, vide la nascita di una sensibilità verso un modo di fare ricerca congruente con i presupposti teorici dell’approccio ecologico-sociale. Hudolin fin dagli inizi degli anni ‘90 suggerì la creazione dei Centri alcologici territoriali funzionali, deputati, tra le altre cose, al coordinamento della ricerca e all’organizzazione e analisi dei dati. Il Centro alcologico territoriale funzionale rappresenta il punto d’incontro delle risorse che in una comunità sono a disposizione dei programmi territoriali per i problemi alcolcorrelati. Il Centro alcologico non ha potere esecutivo e non è una struttura rigida e burocratica, ma rappresenta un centro funzionale per il coordinamento delle forze dei Club e dei servizi sociosanitari presenti in un dato territorio. Basato sulla partecipazione volontaria, e in stretto contatto con l’Associazione dei Club degli Alcolisti in Trattamento, si occupa di vari settori di lavoro come: prevenzione primaria, formazione e aggiornamento, ricerche e supervisione dei programmi alcologici territoriali, attività editoriale e bibliotecaria[6]. Per quanto riguarda la ricerca, Hudolin specificò che i Club si sarebbero dovuti occupare prima di tutto degli studi significativi per l’attuazione pratica dei programmi; sottolineò l’importanza delle ricerche epidemiologiche e suggerì di “dedicare una maggior attenzione alla ricerca sulla metodologia del lavoro, sulla verifica di coerenza con il concetto teorico espresso e sull’influenza che la formazione e l’aggiornamento hanno sui cambiamenti pratici della metodologia.”; ribadì che “nei vari programmi di ricerca devono essere inseriti anche gli alcolisti ed i membri delle loro famiglie”; insisté sull’importanza di una raccolta sistematica e regolare dei dati di ogni Club, coordinata a livello nazionale, e considerò molto importante per lo sviluppo futuro “l’introduzione nei programmi delle ricerche continue e delle loro valutazioni.”[7]. Nella prima metà degli anni novanta iniziò ad affermarsi una visione della ricerca come momento di attivazione di tutti i membri dei Club: famiglie e servitori-insegnanti devono partecipare a tutte le fasi della ricerca, dalla progettazione all’analisi dei dati. La presenza degli operatori dei servizi sociosanitari rimase piuttosto consistente ma sicuramente minore rispetto agli anni passati: per questo motivo si parla di ricerca con i Club. Venne riconosciuta l’importanza del risultato relativamente alla sua utilizzabilità per il lavoro dei Club e vennero denunciate le ricerche realizzate per prestigio personale. In questa terza fase ci fu un’elevata produzione di ricerche, condotte tramite interviste o questionari, riguardanti diversi argomenti legati all’alcol e ai problemi alcolcorrelati: indagini sui consumi di alcol relativi a diversi gruppi sociali, alcol e donna, atteggiamenti sui problemi alcolcorrelati di gruppi significativi (per esempio, i medici di base) ecc. Furono condotte molte indagini descrittive, spesso promosse dalle ACAT o dai servizi sociosanitari, che analizzarono alcuni dati oggettivi tra quelli che si possono reperire dai registri dei Club (per esempio, entrate, abbandoni, sobrietà, popolazione maschile/femminile ecc.) o dagli archivi dei Servizi (ricoveri, dati anagrafici delle utenze ecc.). Alcune di queste ricerche dimostrano attenzione per il coinvolgimento delle famiglie dei Club, tuttavia ancora si riscontrano difficoltà ad estendere la partecipazione dei membri dei Club a tutte le fasi della ricerca. L’approccio alla ricerca ecologico-sociale altro non ribadisce se non la necessità che le persone partecipino in prima persona a qualsiasi cosa li riguardi. La persona con problemi alcolcorrelati e la famiglia non devono mai essere ‘oggetti di ricerca’, così come non devono essere ‘oggetti del trattamento’. Devono piuttosto essere i soggetti del loro cambiamento verso un migliore stile di vita e la ricerca deve essere un elemento che li accompagna in questa direzione, aiutandoli nell’acquisizione di consapevolezza rispetto al proprio percorso. Tuttavia la proposta culturale implicita nella teoria ecologico-sociale non è facilmente assimilabile né dalle famiglie né dai servitori-insegnanti. Secondo Borsellino[8], “è necessario che la progettazione delle attività epidemiologiche esca dai meccanismi di delega […] [perché si possano] elaborare dei modelli di analisi epidemiologica che, inseriti nei cicli ecologici della comunità raggiungano degli obiettivi pragmatici”. L’autore si auspica che la comunità diventi osservatrice di se stessa, ma denuncia quanto ancora troppo spesso vengano delegati degli esperti fuori del sistema e come per molte ACAT e per molti servitori-insegnanti sia più facile accettare incondizionatamente e spesso inconsapevolmente una formazione tradizionale[9].
Quarta fase: la ricerca dei Club La quarta fase è quella attuale, in cui assistiamo all’emergere della ricerca dei Club. La ricerca è considerata una componente del lavoro dei Club. I membri dei Club, tutti i membri dei Club, famiglie e servitori-insegnanti, diventano essi stessi dei ricercatori. La svolta importante è, quindi, quella di considerare i membri dei Club come ricercatori indipendenti, committenti ed esecutori delle loro ricerche. La ricerca dei Club è una ricerca sulle cose che interessano i Club: visita degli amici, sobrietà, sviluppo della spiritualità antropologica ecc. Argomenti nuovi rispetto alla ricerca tradizionale sui problemi alcolcorrelati. L’approccio ecologico-sociale intende la ricerca come stile di vita, la ricerca come una metafora per comunicare l’essenza del processo in cui siamo immersi per maturare e crescere insieme. La scelta di partecipare al Club da parte della famiglia è già una ricerca: ricerca di un’alternativa, di un nuovo stile di vita, di un diverso modo di stare con gli altri, in altre parole ricerca di una trascendenza dalla propria condizione esistenziale. E’ noto che l’obiettivo della metodologia ideata da Hudolin non è di ‘far smettere di bere’ ma di modificare la cultura del bere prima e la cultura sanitaria e generale poi. Anche rispetto alla ricerca, il vero obiettivo è quindi quello di modificare la cultura esistente del far ricerca, proponendone una nuova, coerente con la teoria ecologico-sociale, che è alla base del lavoro dei Club. Nell’ottica della ‘ricerca dei Club’, più che la significatività e la validità statistiche, è considerata importante l’utilità dei risultati per il lavoro dei Club: l’appropriazione da parte dei membri dei Club di strumenti di conoscenza che li facciano sentire parte attiva e fondamentale nella scoperta di un percorso verso una migliore qualità della vita, ad iniziare dalla facoltà di scegliere dove e come cercare, favorendo così l’assunzione di responsabilità verso la propria salute, di capacità decisionali, critiche, e di confronto con gli altri.
Le banche datiFin da quando, all’interno dell’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, si è iniziato a parlare di ricerca, è stata rivolta un’attenzione particolare alla realizzazione di raccolte di informazioni longitudinali e continue che permettessero la creazione di banche dati. Già il Registro degli alcolisti ospedalizzati della Repubblica di Croazia, realizzato da Hudolin all’inizio del suo lavoro nel 1964, voleva essere uno strumento per l’analisi longitudinale dei problemi alcolcorrelati. Uno strumento come una banca dati è particolarmente adeguato per il monitoraggio di fenomeni in continua evoluzione, come i problemi alcolcorrelati, e di programmi sensibili ai cambiamenti socioculturali, come l’approccio ecologico-sociale. Luigi Colusso, che a lungo si è occupato di tale argomento, afferma che la mancanza di una raccolta sistematica di dati può significare “che il sistema conosce poco se stesso; come conseguenza sono limitate le possibilità di scambio tra le diverse zone e con gli ambiti della ricerca scientifica; l’immagine di ogni singolo programma è scarsamente definita sia in termini generali che di possibilità di valutazione e confronto, da tutto questo nascono limitazioni della capacità di auto-identificazione sia del gruppo di lavoro sia del gruppo di famiglie dei Club, con conseguenze preoccupanti sulle capacità auto-poietiche[10], di desiderio di cambiamento-adeguamento, di comprensione della direzione dello spostamento del sistema e della capacità di orientarlo in modo da mantenere il controllo sugli spostamenti legati ai processi di ‘deriva naturale’. Nei confronti della società, in particolare quando si tratta dei rapporti con gli amministratori pubblici, la mancanza di un certo tipo di dati ha come risultato la caduta verticale della capacità negoziale, tarpando le ali a programmi altrimenti fattibili e anche con chance di successo”.[11] Paolo Barcucci, tra i più attivi propositori della necessità di uno strumento per studi longitudinali, definisce la banca dati con queste parole: “La banca dati è sostanzialmente un grosso registro che fotografa la realtà nei suoi molteplici aspetti e che consente di ottenere informazioni utili, correlando tra loro i dati nel modo più opportuno. [...] Il valore esplicativo di una banca dati sta sostanzialmente nella continuità periodica delle rilevazioni, nella possibilità di confrontare le variazioni tra un periodo e l’altro e nel monitorare il più possibile la totalità dell’universo dei facenti parte il mondo dei Club”.[12] Hudolin ribadì in diverse occasioni l’importanza della creazione di banche dati e ha anche suggerito una scheda per la raccolta delle informazioni.[13] Fu così che diverse banche dati furono realizzate in Italia fin dalla metà degli anni ‘80. Ricordiamo brevemente alcune tra quelle più importanti: · La Banca Dati del Trentino: attiva fin dal 1984, ha utilizzato per dieci anni una scheda molto complessa raccogliendo fino ad oggi i dati riguardanti circa 3.000 famiglie. · Il primo tentativo di realizzare una banca dati a livello nazionale fu intrapreso nel 1991, con la proposta della Banca Dati Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, coordinata dal Centro Alcologico per la Promozione della Salute Ambientale (CAPSA) di Treviso[14]. Nel 1993 erano pervenute 3.613 schede. · La Banca Dati dell’ARCAT Piemonte: nata nel 1993, rappresenta un lavoro imponente avendo raccolto nel 1996 informazioni riguardanti più di 1.800 famiglie[15]. · Il Registro delle famiglie dell’Associazione Provinciale Bresciana dei CAT: nata nel 1994, in seguito al suggerimento di Hudolin, nel 1995 aveva raccolto 257 schede[16]. · La Banca dati dei Club dell’ACAT Bassa Friulana, avviata nel 1995 dal Centro Alcologico territoriale della Bassa Friulana. Nel 1996 i dati raccolti riguardavano 350 famiglie[17]. · L’osservatorio permanente di Vicenza: avviato all’inizio del 1996 da un gruppo di servitori-insegnanti sollecitati in questo senso da Hudolin[18]. · La Banca Dati della Lombardia: realizzata nel 1997. Hanno partecipato alla raccolta dei dati tutti i Club della Regione, per un totale di circa 1.300 persone che hanno compilato i questionari (Tedioli, comunicazione personale). · La Banca Dati della Toscana: ha iniziato la sua attività nel 1997. Nel 1998 sono stati raccolti i dati riguardanti 598 famiglie[19]. · La Banca Dati della Liguria: avviata nel 1998 con la partecipazione di tutti i 50 Club della Regione (Cagnana, comunicazione personale). · La Banca Dati dell’ARCAT Veneto: ha iniziato il suo sviluppo nel 1999 raccogliendo i dati di 188 Club[20]. I resoconti di queste esperienze ci mostrano che i progetti su larga scala hanno incontrato diversi problemi nel realizzare un lavoro di monitoraggio sistematico e continuo, mentre le banche dati su scala più piccola, sembrano essere riuscite a beneficiare del fatto di essersi realizzate in un rapporto più stretto con il territorio di competenza. I gruppi di lavoro che in questi anni hanno portato avanti le diverse banche dati regionali, nel 1999 hanno iniziato a collaborare ad un progetto nazionale di valutazione del lavoro dei Club (VALCAT). Gli assunti alla base del progetto sono i seguenti: 1. Per favorire una raccolta sistematica di dati è necessario organizzare i Centri alcologici territoriali funzionali. 2. Appare opportuno inserire la ricerca come un’attività di base all’interno dei Club, dove deve diventare un’attività ricorrente e regolare. 3. E’ necessario inserire il tema della ricerca nei programmi di formazione e aggiornamento continuo dei servitori-insegnanti e delle famiglie (Scuole alcologiche territoriali). 4. E’ necessario organizzare una valutazione longitudinale del lavoro dei Club a livello nazionale. 5. E’ necessario spostare l’attenzione, fino ad oggi concentrata sull’alcolista, verso il sistema famigliare, il Club e l’intero sistema ecologico-sociale. 6. E’ opportuno che una banca dati nazionale nasca dal coordinamento delle banche dati regionali. 7. Le banche dati devono prevedere la raccolta di quattro ordini di dati: · le informazioni dei Club; · le informazioni dei servitori-insegnanti; · le informazioni delle famiglie; · le informazioni delle attività di formazione. A tale scopo sono state presentate delle prime proposte di schede per la raccolta dei dati. In particolare è stato proposto un nuovo modo di raccogliere le informazioni, più attento a favorire la partecipazione ed il coinvolgimento delle famiglie e dei servitori-insegnanti. Le ricerche condotte negli anni passati prevedevano una scheda per ogni famiglia, la nuova proposta invece prevede che ci sia una sola scheda per ogni Club. Il Club compilerà questa scheda unica, che raccoglierà la somma dei dati riguardanti le singole famiglie durante uno degli incontri settimanali che sarà dedicato alla riflessione sul lavoro svolto. Una copia della scheda resterà al Club e una copia verrà inviata, insieme ad una scheda dedicata al servitore-insegnante, alle Associazioni locali, provinciali, regionali. Questa scheda unica rappresenterà una prima elaborazione dei dati del Club nel suo insieme. Questo permetterà un ritorno immediato delle informazioni al Club che potrà così valutare immediatamente il lavoro svolto nel corso dell’anno appena trascorso e confrontare i risultati con quelli della rilevazione precedente. Inoltre la scheda unica faciliterà notevolmente le operazioni di raccolta e di elaborazione dei dati a livello regionale e nazionale: le schede da gestire saranno poche migliaia e non decine di migliaia, quante sono le singole famiglie. In questo modo l’asse della ricerca viene spostato sul sistema Club piuttosto che sull’individuo. Avremo la perdita di alcune informazioni a livello individuale. Tale perdita sarà tuttavia compensata da una maggiore copertura del programma di ricerca e soprattutto da un maggior coinvolgimento dei membri dei Club, che avranno la possibilità di riflettere e confrontarsi sul lavoro svolto, ‘dati alla mano’, diventando i promotori, i realizzatori e i fruitori delle ricerche dei (e non più su o con i) Club. [1] Hudolin Vl. Manuale di alcologia, 2° ed., Trento, Erickson, 1991. Hudolin Vl. Introduzione, in Antonini G., Fedele F., Filippin N., Manera R., Milani L., Novello L., Rampin N., L’attività alcologica territoriale, Castelfranco Veneto (TV), Noumen, 1993, pp. 7-84. Hudolin Vl. Introduzione, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di), L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp. 15- 113. [2] Grasso M. Psicologia clinica e psicoterapia, Teoria e tecnica dell’intervento psicologico, Roma, Kappa, 1997.
[3] Hudolin Vl. La riabilitazione delle famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi, in Hudolin Vl. e Corlito G. (a cura di), Psichiatria, Alcologia, Riabilitazione, Trento, Erickson, 1997, pp. 13-26. [4] Hudolin Vl. Manuale di alcologia, 2° ed., Trento, Erickson, 1991. Hudolin Vl. Introduzione, in Antonini G., Fedele F., Filippin N., Manera R., Milani L., Novello L., Rampin N., L’attività alcologica territoriale, Castelfranco Veneto (TV), Noumen, 1993, pp. 7-84. Hudolin Vl. Introduzione, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di), L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp. 15- 113.
[5] Hudolin Vl. Manuale di alcologia, 2° ed., Trento, Erickson, 1991.
[6] Hudolin Vl. Introduzione, in Antonini G., Fedele F., Filippin N., Manera R., Milani L., Novello L., Rampin N., L’attività alcologica territoriale, Castelfranco Veneto (TV), Noumen, 1993, pp. 7-84. Hudolin Vl. Introduzione, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di), L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp. 15- 113. Bolzan F., Cecutti L., Del Favero E., Nenz A. Le modalità di organizzazione del Centro Alcologico Territoriale della provincia di Belluno, in Atti III° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, Trento 7-8-9-Ottobre 1994, Trento, Centro Studi e Documentazione sui Problemi Alcolcorrelati, 1996, pp. 84-86.
[7] Hudolin Vl. Introduzione, in Antonini G., Fedele F., Filippin N., Manera R., Milani L., Novello L., Rampin N., L’attività alcologica territoriale, Castelfranco Veneto (TV), Noumen, 1993, pp. 7-84. Hudolin Vl. Introduzione, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di), L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp. 15- 113.
[8] Borsellino P. Verso una epidemiologia complessa dei problemi alcol-correlati, in I programmi di formazione permanente in alcologia, ‘I quaderni di Alcolismi & Comunità’, n. 0, 1998, pp. 115-120.
[9] Borsellino P. Verso una epidemiologia complessa dei problemi alcol-correlati, in I programmi di formazione permanente in alcologia, ‘I quaderni di Alcolismi & Comunità’, n. 0, 1998, pp. 115-120.
[10] Capacità di ‘crearsi’ autonomamente (n.d.r.). [11] Colusso L. Il sistema dei CAT in Italia e la banca dati, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di). L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp.502-512.
[12] Barcucci P. La Banca Dati ARCAT Piemonte, in Atti V° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, La famiglia, la pace, il futuro, Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, 1997, pp.153-163.
[13] Hudolin Vl. Introduzione, in Antonini G., Fedele F., Filippin N., Manera R., Milani L., Novello L., Rampin N., L’attività alcologica territoriale, Castelfranco Veneto (TV), Noumen, 1993, pp. 7-84. Hudolin Vl. Introduzione, in Hudolin Vl., Ciullini A., Corlito G., Dellavia M., Dimauro P.E., Guidoni G., Scali L. (a cura di), L’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Trento, Erickson, 1994, pp. 15- 113.
[14] Colusso L., Zaghi A., Gonano I., Berton M. C. Banca Dati Nazionale dei Club: avvio della prima fase e proposte di lavoro, in Atti del Convegno, La famiglia, l’operatore, il club, Trento, Erickson, 1993, pp. 266-270.
[15] Barcucci P. La Banca Dati ARCAT Piemonte, in Atti V° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, La famiglia, la pace, il futuro, Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, 1997, pp.153-163.
[16] Cecchi S. Il registro delle famiglie dell’associazione provinciale bresciana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, in Atti V° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, La famiglia, la pace, il futuro, Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, 1997, pp.101-114.
[17] Puntin M., Marcatti E. Avvio di un programma di raccolta dati nell’ACAT ‘Bassa Friulana’, in Atti V° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, La famiglia, la pace, il futuro, Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, 1997, pp. 84-85.
[18] Barban R. Gasparotto S., Poncato A. Osservatorio permanente di Vicenza: primi dati, in Atti V° Congresso Nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento, La famiglia, la pace, il futuro, Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento, 1997, pp.129-145.
[19] AA.VV. Dati preliminari anno 1997, Firenze, Banca Dati ARCAT Toscana, 1998. AA.VV. Dati preliminari anno 1998, Firenze, Banca Dati ARCAT Toscana, 1999. [20] Castagnaro E. e Conforto F. (a cura di ). I Club del Veneto e la Ricerca. Quaderno di presentazione della Banca Dati ARCAT Veneto 1999, in ‘Quaderni dell’ARCAT Veneto’, n. 1, 2000.
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