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SALUTE: PER GLI ESPERTI NON C'E' FENOMENO ALCOLISMO TRA I GIOVANI = (ASCA) - Roma, 20 apr - L'Italia non somiglia ai paesi scandinavi. L'alcolismo nel nostro paese da tempo e' un fenomeno circoscritto e non ci sono segnali di particolare preoccupazione per quanto riguarda i consumi di bevande alcoliche tra i giovani. Con cautele e riserve diversi esperti leggono i dati diffusi oggi sul consumo di alcol. Personalita' del mondo medico-scientifico e della comunicazione invitano a evitare il terrorismo mediatico e il sensazionalismo e soprattutto puntano il dito contro eventuali tentazioni di cedere al proibizionismo per tutelare i giovani. ''Si sta diffondendo sempre piu' una sorta di terrorismo epidemiologico - dice Andrea Poli, della Nutrition Fondation of Italy (*), commentando il quadro a tinte fosche tracciato dall'Istituto Superiore di Sanita' sull'abuso di alcol specie nei giovanissimi - . L'idea, in altre parole, che si possano modificare comportamenti diffusi nella nostra societa' utilizzando numeri e percentuali (spesso senza analizzarli in modo appropriato) come ''proiettili mediatici''. I dati relativi al consumo di alcool tra i giovanissimi comunicati oggi, che si fa fatica a conciliare con l'esperienza quotidiana di ciascuno di noi (e con il calo continuo dei consumi di alcool nel nostro Paese negli ultimi 20 anni), mi sembrano un esempio tipico di questa strategia, di utilita' nella migliore delle ipotesi dubbia. Anche perche' se giovanissimi ed adolescenti ricorrono all'alcol per controllare i loro malesseri esistenziali, puntare l'indice contro l'alcol stesso non servira' a molto. Sarebbe forse meglio interrogarsi sulle cause del loro disagio e cercare di intervenire in modo appropriato''.''Le ricerche campionarie che GPF ha condotto negli anni sugli atteggiamenti e comportamenti degli italiani relativi al consumo di prodotti alcoolici dimostrano con grande chiarezza che in Italia l'alcolismo e' un problema circoscritto ai segmenti socioculturalmente meno avanzati della popolazione, che e' comunque un fenomeno circoscritto - afferma Gian Paolo Fabris, ordinario di sociologia al corso di laurea in comunicazione al San Raffaele di Milano - e assolutamente non comparabile con quanto avviene in altri Paesi, come quelli scandinavi. Estrapolare al nostro Paese patologie gravi diffuse in altri Paesi e' un errore grave. In Italia, questo e' dimostrato, c'e' un grande equilibrio nel bere. Il bere, ad esempio, e' quasi sempre collocato in un contesto alimentare, come integrazione cioe' di comportamenti legati alla gastronomia. Anche i dati sull'alcolismo tra i giovani, il ruolo dell'alcool nelle stragi del sabato sera che pure esistono e' stato largamente sovradimensionato. Estrapolare ed applicare alla realta' italiana quella che e' la situazione di altri Paesi e' completamente arbitrario. Quello che accade sulle strade del fine settimana e' un cocktail dove hanno un ruolo psicofarmaci, stanchezza, insonnia, alta velocita' ed azzardi nella guida. Tutto questo vede certamente anche un ruolo dell'alcol ma da comprimario, non da protagonista killer. Ritengo avventato il catastrofismo con il quale viene disegnato il problema dell'abuso di alcol nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i giovani. In un momento in cui in Italia sembra prevalere una caccia alla streghe si sta facendo di tutta un'erba un fascio. Quel proibizionismo moralistico che credevamo uscito dalla porta principale sta rientrando, surrettiziamente, da tutte le finestre. Generalizzare casi, che certamente esistono ma ripeto, nel nostro Paese hanno un'incidenza assai minore che altrove, e farli diventare un fenomeno che coinvolge tutta la popolazione, specie quella giovanile, e' scorretto. Singoli episodi non possono essere presentati come un fenomeno collettivo Mi rendo conto della notiziabilita' giornalistica di fenomeni del genere ma non e' con il sensazionalismo, con lo sbatti il mostro in prima pagina che si fa informazione. Semmai sono da segnalare, e auspicare il moltiplicarsi di pubblicita' responsabile da parte dei produttori''.

 
 
(*) Gentile dottor Andrea Poli,
ogni tanto ci capita di confrontare alcuni nostri pensieri, generalmente divergenti: questa sera mi permetto di sottoporre alla sua attenzione alcune mie modeste riflessioni, sollecitato dalla lettura di questo articolo. Altre volte ci siamo confrontati su questa materia, e ho sempre rilevato la sua disponibilità al confronto, la sua educazione ed il suo rispetto della mia posizione, tanto diversa dalla sua.
Secondo lei, dunque, è "terrorismo epidemiologico" l'interpretazione dei dati sui consumi delle bevande alcoliche presentata dall'Istituto Superiore di Sanità e, in altre occasioni, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Con una terminologia un po' guerrigliera lei parla di "proiettili mediatici".
Mamma mia.
In fondo io e lei forse un po' ci assomigliamo: a me dà fastidio sentire parlare bene dell'alcol, a lei dà fastidio sentire parlare male dell'alcol.
Io non parlo di terrorismo e di proiettili, ma rilevo l'anomalia di chi, di fronte all'evidenza dei problemi legati al bere, estrae sempre dal cilindro, per motivi che ai miei occhi rimangono misteriosi, lo spettro del proibizionismo.
davvero non capisco, c'è qualcuno in giro che vuole proibire di bere?
Io non lo conosco.
Le uniche "proibizioni" in materia sono somministrare alcol ai bambini, agli ubriachi, e guidare in stato di ebbrezza.
Mi auguro non voglia mettere in discussione anche queste disposizioni, peraltro pressochè completamente disapplicate nel nostro paese.
Qualche volta, per motivi di ordine pubblico, vicino a qualche stadio viene proibita la vendita doi alcol prima di una partita di calcio.
Tutto qui.
E allora dove sta questo proibizionismo?
Perchè lo si tira sempre fuori, quando si parla di problemi alcolcorrelati?
Di che cosa si ha paura?
C'è proibizionismo in un paese che ha rubriche fisse di promozione al vino su tutti giornali, le riviste, fino nei telegiornali nazionali?
Davvero esiste questo rischio proibizionistico, quando rileviamo enormi investimenti pubblici, a partire dal Ministero delle Politiche Agricole fino all'ultimo assessorato del più piccolo comune italiano, per sostenere economicamente la produzione ed il commercio del vino?
O forse le "strade del vino" esistono e bengono finanziate con denaro pubblico solo qui a Mantova?
Lo sa che viviamo in uno Stato dove le leggi che regolamentano la produzione ed il commercio del vino sono state scrite da produttori vinicoli?
Un proibizionismo davvero bizzarro, mi pare.
Io certamente sono un po' fissato, probabilmente condizionato dalle continue, devastanti, diffusissime sofferenze alcolcorrelate che vedo intorno a me.
Forse devo cambiare occhi.
Ma anche lei, che queste sofferenze evidentemente non le vede così gravi e diffuse, mi pare poco sereno: i telegiornali che quotidianamente promuovono il vino, la birra e gli altri alcolici, per un giorno all'anno si occupano dei problemi alcolcorrelati, e lei si sente in dovere di intervenire per tranquillizzare il popolo italiano!
 
Mi tolga infine una curiosità: lei è d'accordo con il dottor Fabris, quando sostiene che "in Italia l'alcolismo e' un problema circoscritto ai segmenti socioculturalmente meno avanzati della popolazione", oppure le è capitato di frequentare qualche cena di medici e osservare il comportamento dei suoi colleghi?
Non tutti , per carità, ma certo i medici non bevono meno degli operai. O no?
Chi si occupa di questi problemi sa bene come i problemi alcolcorrelati coinvolgano trasversalmente, e democraticamente, tutte le professioni, dal medico al parlamentare, dall'insegnante al dirigente d'azienda, dal Vescovo al sommelier.
 
Con questo la saluto, ringraziandola per la cortese attenzione, e mi vado a bere un buon bicchiere di succo di mirtillo.
Alla prossima.
Alessandro Sbarbada - a.sbarbada1@tin.it

 

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