Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento

 

Metodologia

Formazione

Banca Dati Nazionale

Associazioni Regionali

Associazioni Locali

Chi Siamo

Links

 

Home

 

Vladimir Hudolin

 

Raccolta Bibliografica

 

Documenti

Aicat

Oms

Internazionali

Italiani

WACAT

 

Sito realizzato anche

con il contributo di:

 

L’avvio dei programmi territoriali nella regione Friuli-Venezia Giulia dal 1979

 

Introduzione

 L. Floramo

     La conoscenza del passato ci dà coscienza del presente nei suoi problemi e nelle sue prospettive, e misura meglio, anche in senso critico, la crescita dei Club, per qualità e quantità in Italia e nel mondo nel corso di questi vent’anni.

Hudolin si è incontrato in Italia, e precisamente a Udine, almeno per quanto ricordo, nel 1964 e nel 1969 con Massignan e Petiziol, allora direttori del Manicomio Provinciale di Udine, raccogliendo, pur nella stima indiscussa, un interesse che di fatto si traduceva in una curiosità scientifica non estranea a sentimenti di amicizia. Ma tutto sembrava fermarsi a questo.

Nel 1976 una ricerca accertava che nei manicomi della regione Friuli-Venezia Giulia erano ospiti circa 4.700 persone, e la gran parte di queste viveva il disagio e le conseguenze di problemi alcolcorrelati e complessi irrisolti.

A quel tempo, il fenomeno ‘alcolismo’ era visto dalle istituzioni in modo astratto: non si riusciva a percepirlo nella concretezza della vita dell’alcolista, ma viveva degli stereotipi e dei pregiudizi legati o alla malattia o al vizio. Anche nelle degenze nell’ospedale di Udine, dove ero presidente, la realtà non era diversa, e si coglieva la frustrazione dei medici per i ricoveri ripetuti e senza risultati positivi con gli alcolisti e il fastidio dei parenti e delle famiglie per l’alcolista, presenza ingombrante. Si coglieva la sofferenza dell’alcolista stesso che viveva, molte volte a sua insaputa, un presente senza futuro nella progressiva perdita della sua identità e capacità di relazione con se stesso, con gli altri e con l’ambiente, da cui o veniva escluso o si escludeva.

In questa realtà, per alcuni versi in una inconsapevole, anche se desiderata attesa del ‘nuovo’, la sofferenza delle persone e delle famiglie stimola la volontà di cambiare, senza ancora individuare con consapevolezza responsabile una scelta di fondo.

Nel 1979 nacque il primo Club a Trieste; Hudolin venne a Udine, e con il primo Club in Castellerio il metodo Hudolin moltiplicò il numero dei Club in Friuli-Venezia Giulia ed in Italia. La scelta di fondo si traduceva in un’azione concreta e irreversibile, non senza reazioni che andavano dallo scetticismo all’attenzione critica, alla partecipazione generosa di molti. La prova è data dalla prima ‘Settimana di sensibilizzazione al trattamento medico-psico-sociale degli alcolisti’[1], condotto da Hudolin dal 16 al 20 ottobre 1979 con oltre ottanta iscritti, provenienti da tutta la Regione.

Allora ero presidente dell’Ospedale Civile di Udine, e fu una fortuna trovare per i problemi alcolcorrelati la carta vincente del metodo Hudolin nella persona di Renzo Buttolo, primario del Reparto Lungodegenti e nella collaborazione di Zanuttini, direttore sanitario, e di tutta l’Amministrazione, di concerto con infermieri sensibili, e, nel tempo, di medici appassionati, che, con i loro contributi e le testimonianze delle famiglie, avrebbero arricchito il metodo, perché si opera in un sistema aperto al cambiamento.

  

L’esperienza udinese

G. Lezzi

 Nel Novembre del 1979, dopo un Corso di sensibilizzazione, tenuto da Vladimir Hudolin, il primario del Reparto Lungodegenti di Udine, Renzo Buttolo, e i suoi collaboratori iniziarono un nuovo tipo di intervento nei riguardi delle persone che soffrivano di problemi alcolcorrelati.

La nuova proposta di intervento nacque dall’interno dell’Ospedale, perché in quel periodo c’era bisogno che l’alcolismo venisse vissuto come malattia, in quanto in tal modo veniva più facilmente accettato sia da parte degli operatori professionali, sia da parte dell’alcolista stesso, il quale così poteva usufruire dei benefici della protezione della salute pubblica.

Questo tipo di programma ospedaliero trovava la sua continuità territoriale con la nascita dei Club, che si svilupparono con sufficiente rapidità nell’ambito dell’USL Udinese. I primi Club nacquero nelle parrocchie, che offrivano sedi dove si potevano svolgere le riunioni.

Compito del Club, in simile contesto, era quello di salvaguardare l’astinenza, prevenire le ricadute, riarmonizzare le relazioni famigliari, mirare alla riabilitazione fisica e comportamentale, sviluppando quello che era il concetto preminente di protezione della salute attraverso la prevenzione secondaria e terziaria.

Nel 1981 nacque l’Associazione dei Club degli Alcolisti in Trattamento (ACAT), che garantiva il riconoscimento legale ai Club, proponeva programmi e si preoccupava della formazione degli operatori. Il rapporto tra ACAT e l’Unità Alcologica Ospedaliera è sempre stato caratterizzato dalla massima collaborazione, dal reciproco rispetto delle competenze e dello sviluppo dei programmi.

Nel 1985 al Congresso Italo-Jugoslavo dei CAT dell’Italia e della Jugoslavia, di Abbazia, Hudolin rivisitò il concetto di alcolismo come malattia e lo propose come ‘stile di vita’. Ci fu un momento di sconcerto generale, perché venivano demolite parti fondamentali dell’impalcatura su cui era fondato tutto il lavoro precedente.

Poiché l’alcolismo - qualcuno pensava - a parte le complicazioni, non è malattia, neppure il trattamento degli alcolisti può essere considerato una terapia in senso classico, quindi non avrebbero dovuto esistere né curanti, né curati con conseguente crisi sia per gli operatori professionali che si sentivano sminuiti nella qualifica e nel potere, sia per gli alcolisti che senza l’etichetta della malattia, pensavano di avere perso una barriera protettiva contro l’atteggiamento moralistico e a volte punitivo della società.

Con tali premesse il Club non doveva essere il luogo dove si stava svolgendo la riabilitazione globale dell’alcolista e della sua famiglia, ma questa doveva essere concretizzata nella realtà sociale. Il ripristino funzionale proprio e famigliare, la riacquisizione intellettiva, il riordino critico, le riscoperte emozionali e comportamentali, la giusta e ambita ricollocazione esistenziale e sociale dovevano essere valutate non solo attraverso la validità delle interazioni all’interno del Club, ma soprattutto in base alle qualità evidenziate nelle relazioni interpersonali e ai risultati ottenuti nel mondo lavorativo e nelle attività comunitarie.

Il Club, uscito dai limiti ormai ristretti in cui lo si era ormai confinato, non rappresentava più una microsocietà, ma piuttosto una parte della realtà locale e, possibilmente, anche dell’organizzazione del lavoro; non doveva apparire ed essere visto come ospedale psichiatrico aperto, dove si stava ancor più alienando ed estraniando l’alcolista, ma piuttosto come possibilità per il territorio di risolvere in loco i problemi comportamentali legati alla dipendenza alcolica, e veder nascere e molte volte anche realizzarsi, seppur in maniera non ottimale, quelli che sono i presupposti educativi della prevenzione primaria, secondaria e terziaria proposti dall’O.M.S.

E’ fuori dubbio che con questi obiettivi il Club assumeva dei connotati più nobili, più gratificanti, in quanto sposandosi con la comunità locale contribuiva alla protezione ed alla promozione della salute, al miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

Questo è l’inizio della storia; come è proseguita tutti lo conoscono.

 

Dal Club alle Associazioni dei Club

R. Bernardinis

 Eravamo alla fine di Settembre del 1979, e da circa due anni e mezzo conoscevo Renzo Buttolo con il quale avevo fatto amicizia nel mese di Maggio 1976, dopo un ricovero urgente in pneumologia dovuto ad una lobite polmonare causata dall’assunzione di alcolici.

Un pomeriggio, come tanti di quel mese di Settembre, mi giunse una telefonata da parte di Renzo Buttolo che mi chiedeva se ero libero da impegni e, alla mia risposta affermativa, mi chiese se potevo partecipare a delle riunioni pomeridiane presso il suo reparto, durante le quali mi avrebbe presentato ad un professore suo amico ed eminente alcologo.

Ricordo benissimo la prima reazione del Professore nei confronti di Buttolo al quale si rivolse con queste parole: “Ma lei, caro Buttolo, mi sta presentando un caso irrisolvibile; quanto pensa possa vivere Renato?”. Non diedi peso a quella ‘sentenza’ e rientrai a casa, non prima di essere passato per il bar a bere qualcosa di forte.

Passati due mesi da quella data, mi giunse un’altra telefonata molto strana dall’infermiera Francesca Schiffo che mi disse che Buttolo voleva parlare con me. Buttolo mi chiese testualmente: “Renato, lei che non ha niente da fare, che ne direbbe di passare alcuni giorni di ferie presso il mio reparto?”. Anche se confuso e disorientato, accettai l’invito con mille riserve di andarmene qualora il ricovero ‘mi fosse andato stretto’.

Fu così che il 27 novembre 1979 mi presentai nello studio del Primario del Reparto lungodegenti e, raccontare quelle interminabili sei ore di colloquio con Buttolo sarebbe molto doloroso e straziante per me. Venni ricoverato lo stesso giorno.

Il 22 Gennaio 1980 venne fondato il Club numero 1, denominato ‘Punto d’incontro’ scelto da un elenco di dodici nomi. Questo fu la pietra miliare per i programmi della provincia di Udine.

Come primo statuto, adottammo quello fornitoci da Giovanni Pitacco che aveva fatto il trattamento a Zagabria e aveva fondato il primo Club in Italia, dove si riunivano assieme altre persone che con lui avevano frequentato l’allora Clinica ‘Mladen Stojanović’ di Zagabria.

Da quella lontana data, i programmi alcologici introdotti da Vladimir Hudolin hanno avuto in Italia uno sviluppo immediato, poiché per la prima volta il problema veniva affrontato in modo diverso, ossia con più umanità. Infatti, una delle cose che mi sono rimaste più impresse è stata l’affabilità del dialogo che veniva proposta nei nostri incontri e l’umile ed umana condivisione delle nostre difficoltà.

Ricorderò ora alcune delle date più salienti per la storia dei Club in Italia, a partire dalla fondazione della prima ACAT a Trieste, il 1° Novembre 1979, la prima ARCAT, il 29 Ottobre 1982 a Castellerio e l’AICAT, il 30 Aprile 1989 a San Daniele del Friuli.

Durante il decennio 1979-‘89 si sono svolti numerosi Congressi e Convegni, sia a livello regionale come pure a livello nazionale e internazionale fra i quali i più significativi sono: Agosto 1981, a Udine, presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico, il Convegno internazionale dal titolo ‘Esperienze a confronto’; nel 1984 il Corso di sensibilizzazione presso il Policlinico ‘Gemelli’ di Roma, organizzato dal Ministero della Sanità, l’Università La Cattolica e l’Università di Zagabria; a Opatija, nel Settembre 1985, il 1° Congresso Italo-Jugoslavo dei Club degli Alcolisti in Trattamento; nel Settembre 1986 a Udine, il 2° Congresso e nel 1987 a Zagabria il 3°; mentre nel 1988 si tenne a Treviso (San Biagio di Callalta), il 4° Congresso; nel 1989 si svolse il 5° Congresso a Zagabria. Fino ad arrivare al 2000, con il Congresso di Torino.

Da quel lontano 1979 questo è, più o meno, il percorso cui l’AICAT sta ora cercando di dare la propria continuità nell’approccio ecologico-sociale. Ora i programmi secondo il Metodo Hudolin si stanno diffondendo in altre realtà di altri Stati interessati. Sta ora in noi portare avanti questi programmi, nel rispetto dell’ultima raccomandazione fatta dal Professore a Grado in occasione del Congresso nazionale del 1996: “Vi prego di continuare”, quasi presagio della sua prossima dipartita.

 

La diffusione dei programmi nell’Alto Friuli

G. Canzian

Ero giovane io ed era giovane l’alcologia in Friuli quando, vent’anni fa, iniziai a lavorare nei programmi alcologici. Ma questa era in quegli anni l’esperienza un po’ di tutti noi, giovani professionisti sociali o sanitari, cui era stata offerta un’opportunità preziosa: far parte di un movimento nascente, parteciparne alla costruzione e alla diffusione (nei primi anni rapidissima), delinearne le modalità e gli obiettivi (anche se il timone della nave lo teneva, con periodiche ‘sferzate metodologiche’, Vladimir Hudolin). Un’esperienza che ha creato forti legami fra di noi e con le prime famiglie trattate, e che a tutti ha lasciato il ricordo di una stagione intensa e per certi aspetti irripetibile.

La mia esperienza inizia a Trieste nel 1990, all’interno della Clinica psichiatrica. In Clinica (da sempre luogo di ricovero di molti alcolisti), con i degenti ed i loro famigliari era stato da poco avviato un trattamento di gruppo, che durava circa un mese, e che fra momenti didattici e di comunità preparava le famiglie all’inserimento nei Club.

Nel 1982 nacque l’esperienza della nuova Sezione alcologica del I° Lungodegenti a Trieste, un’ala della quale viene dedicata al trattamento degli alcolisti, creando quindi, a somiglianza dell’alcologia di Castellerio (Udine) una vera e propria ‘comunità’, con attività che coprono l’intera giornata (a differenza della Clinica psichiatrica, dove l’attività alcologica era un ‘di più’ all’interno delle altre attività).

Dei primi anni di quest’esperienza rammento la vitalità ed il calore dell’Associazione, l’entusiasmo e l’allegria del gruppo degli operatori (in gran parte giovani studenti della Scuola di Servizio Sociale e della Scuola di Specializzazione in Psichiatria), l’intensità emotiva delle assemblee mensili dell’ACAT, dove sempre era centrale anche il momento della festa.

Nell’ ‘85, giunto a Gemona, ebbi l’occasione di partecipare ad un altro inizio, quello del Servizio di alcologia, nato l’anno prima come ambulatorio alcologico, ma che solo a metà del 1985 avrebbe avviato l’esperienza della comunità multifamigliare, esperienza che non si è poi più interrotta.

A differenza di Trieste (e di Udine), qui l’ACAT era nata molto prima del Servizio, con le famiglie trattate a Castellerio, e nel 1985 era già forte e strutturata. Al contrario dell’ACAT Triestina da cui provenivo, non ha mai avuto importanti conflitti al suo interno, né vi sono mai state difficoltà fra ACAT e Servizio; anzi, il rapporto con questo è sempre stato così stretto e fiducioso da rallentare forse lo sviluppo di una più forte autonomia dell’Associazione.

Nel 1993, in seguito alla fusione dei Servizi alcologici di Gemona e di Tolmezzo nel nuovo Ser.T. dell’ ‘Alto Friuli’, incontrai l’esperienza dell’ACAT ‘Carnica’. Dopo un’iniziale fase di difficoltà, le esperienze alcologiche dei due territori, anche grazie al contributo di Hudolin nel 1994, si sono integrate fino a costituire, nel 1997, il nuovo Centro alcologico territoriale ‘Alto Friuli’, nel quale le due ACAT ed il Ser.T. progettano e costruiscono assieme programmi e attività. Il Centro recupera, in un certo senso, i pezzi della storia passata, in quanto le due ACAT sono nate dalla precedente Associazione che riuniva i primi Club di entrambi i territori.

Anche l’incontro con l’ACAT ‘Carnica’ è stata una nuova, diversa ed intensa esperienza; un’ACAT che rispecchia la gente di montagna che ne fa parte, e quindi combattiva e indipendente, fortemente radicata nel territorio, dove i confronti sono talora aspri ma dove sempre molto forti sono l’impegno, l’appartenenza e la solidarietà, e dove la fiducia allo ‘straniero’ (chiunque, come me, non sia della Carnia) viene concessa con molta prudenza, ma una volta concessa diventa legame forte, aperto e duraturo.

Cosa sottolineare di questa lunga esperienza che mi ha portato a vivere realtà tanto diverse? Cosa è cambiato, e cosa è rimasto eguale in questi anni? Quello che sento in fondo eguale è il cuore dell’esperienza, ovvero il lavoro e le emozioni che fanno la vita dei Club. Certo la terminologia si è trasformata, sono stati introdotti concetti prima impensati (come la spiritualità e la trascendenza) e ne sono stati tolti altri (come il concetto di ‘malattia’), allora centrali. La famiglia ha una centralità teorica che all’inizio non aveva. I servitori-insegnanti non sono più, se non di rado, dei professionisti. Ma le emozioni che si provano nei Club o nella comunità multifamigliare sono ancora quelli che ho incontrato nel 1980 e che hanno fatto forte e viva questa esperienza.


[1] All’epoca, il Corso di sensibilizzazione (del quale si parla nel capitolo dedicato ai programmi

di formazione e aggiornamento) era denominato in questo modo.

 

Ricerche

 

Congressi

Assisi

 

Altre iniziative

 

Alcol e Salute

 

News dall'Italia

News dall'Estero

 

English

 

 

AICATBLOG

 

 

 

Rassegna stampa su vino, birra e altri alcolici

 

 

 5 per mille

 

Dal 10/04/2008

Hit Counter

______________________________________________________
 
Ó Copyright Aicat. All Rights Reserved. Email:  info@aicat.net

World Association of the Clubs of Alcoholics in Treatment - Email: wacat@aicat.net

Segreteria Aicat: segreteriaaicat@alice.it

Responsabile redazione: Guido Guidoni - Email:  seagulls4@aliceposta.it

Webmaster & Webdesigner: Marco Variara
Aggiornato il 07-05-08

______________________________________________________