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Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
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Il significato e l’importanza della cooperazione P. Dimauro I problemi alcolcorrelati e complessi, per vari motivi sono stati storicamente nel complesso trascurati dai servizi pubblici: l’esperienza storica, legata soprattutto ai problemi alcol correlati (i problemi derivati dall’uso di altre sostanze psicoattive sono tali, in pratica, solo a partire dagli anni settanta), è stata caratterizzata da un sostanziale disinteresse, almeno fino al verificarsi di situazioni di grave devianza sociale: a questo punto della ‘carriera alcologica’ scattavano di norma meccanismi di generica stigmatizzazione, accompagnati a provvedimenti generalmente restrittivi di varia natura: dal carcere in occasione di episodi di alcolismo acuto ‘disturbante’ o di delitti contro la persona, fino a esperienze di vera e propria esclusione sociale perpetua tipica dell’esperienza manicomiale. Tutto questo è avvenuto sulla base di alcune premesse: - sostanziale negazione del problema, se non in fase molto avanzata (corrispondente praticamente al momento dell’instaurarsi di una patologia alcol correlata); - constatazione che poco o nulla poteva essere fatto in un’ottica di prevenzione, sia primaria che secondaria; - interpretazione dell’alcolismo nei termini di un vizio, o al più, di una malattia (la patologia alcol correlata, appunto), che necessita per questo di misure di emarginazione o, nella seconda ipotesi, di cure più o meno efficaci, di solito coincidenti con fasi di ospedalizzazione più o meno protratte e ripetute nel tempo (agli operatori del settore è fin troppo nota la ‘sindrome della porta girevole’). La modifica di questo approccio si è verificata per effetto di alcune sostanziali modifiche nella cultura sanitaria e generale della popolazione: 1. Vari pronunciamenti dell’OMS hanno contribuito nei modi seguenti: - Il concetto di salute, definito non più come assenza di malattia, ma come una condizione di benessere sul piano psicologico, fisico e sociale; - l’introduzione del concetto di operatore di salute della comunità; - i vari documenti che hanno via via definito, come unico approccio valido per i PAC la riduzione del consumo di alcolici nella comunità; - il ruolo centrale del medico di base, nella cura e riabilitazione, ma anche nella prevenzione dell’individuo e della comunità. 2. L’effettiva riduzione del consumo di alcolici (maggiore di quanto previsto) negli anni ’90, particolarmente evidente in Italia, dove, insieme alla Francia, si produce praticamente la metà del vino del pianeta. 3. Del resto la stessa esperienza di ridefinizione del concetto di malattia mentale, con la conseguente ‘demanicomializzazione’ e restituzione del problema alla comunità ha dato un contributo significativo alla adozione e comprensione di un concetto che sta alla base dell’approccio ecologico sociale: I problemi alcolcorrelati e complessi rappresentano in realtà un comportamento, uno stile di vita dell’individuo, della famiglia, della stessa comunità, che lo accetta come parte della cultura sanitaria e generale esistente. Affrontare questo problema implica quindi la necessità di un cambiamento, di una crescita e maturazione personale e collettiva che si protrae per l’intero corso della vita. Dalla somma di queste considerazioni è nata la necessità di pensare (o pensare) un corretto rapporto pubblico privato su questi temi: a questa ridefinizione non è estranea, tra l’altro, la loro elevata rilevanza epidemiologica, che rende di fatto praticamente insostenibile la spesa derivante da un intervento totalmente pubblico; a fronte di esperienze storiche, anche importanti, di intervento solo volontario per i PAC, soprattutto secondo l’ottica dell’auto aiuto, tipica degli alcolisti anonimi, l’approccio ecologico sociale, progressivamente evoluto nel tempo, si è mosso secondo alcune direttrici significative: 1. ha tenuto conto delle indicazioni dell’OMS; 2. si è costantemente mosso nella logica di un intervento di comunità; 3. ha altrettanto costantemente lavorato ad un costruttivo rapporto di collaborazione tra pubblico e privato; 4. ha tenuto conto di concetti ‘ecologici’: pace, solidarietà, giustizia sociale, responsabilità, che dovrebbero stare alla base di qualsiasi rapporto nella comunità, a qualsiasi livello di integrazione, da quello famigliare a quello planetario. Un ulteriore elemento da approfondire, a questo proposito, riguarda la necessità di specificare un aspetto: collaborazione non significa integrazione, parola molto spesso usata nei rapporti che vedono coinvolto il servizio pubblico: la differenza sta in una pari dignità tra i due collaboratori, ma anche (e soprattutto) nel rispetto del pubblico nei confronti delle scelte, e delle responsabilità del privato rispetto alla propria identità ed al proprio percorso. Se consideriamo come centrale, per l’approccio ecologico sociale, il Club con le sue (poche) regole ed il suo significato, il servizio pubblico dovrebbe porti sl servizio delle esigenze e delle richieste del Club, ed a queste rispondere; a sua volta il Club, in modo autonomo, dovrebbe ricercare la collaborazione con i servizi, per sfruttarne la potenzialità evitando di ricoprire ruoli che non gli sono propri: la tentazione di assumere un ruolo ‘terapeutico’ dovrebbe essere evitata, perché rischiosa. L’operatore del servizio pubblico che decidesse di fare il servitore in un Club (condizione essenziale per accedere a qualsiasi livello della formazione dei programmi alcologici territoriali), in questo servizio non dipende in alcun modo dal servizio pubblico. Per una migliore formalizzazione di questi concetti, è stato costruito un ‘ponte ideale’ tra pubblico e privato: il Centro alcologico territoriale funzionale, basato, più che su strutture, su progetti, di volta in volta riguardanti la ricerca scientifica, la formazione, la supervisione (tema molto delicato), la prevenzione. Alla sua costituzione dovrebbe essere prevista una partecipazione paritaria, anche numerica tra persone del servizio pubblico e del mondo dei Club, impegnati, di volta in volta, a progettare interventi nei vari campi suddetti. Un ulteriore, importante momento di collaborazione, dovrebbe riguardare il medico di base, con cui il servizio pubblico deve collaborare: il rapporto dovrebbe sempre più configurarsi intorno al concetto di un medico di base titolare del progetto salute complessivo di ciascun individuo e di ciascuna comunità, ed un servizio pubblico titolare di competenze specialistiche a disposizione del medico di famiglia e del Club. A sua volta il medico di base dovrebbe tener conto dell’esperienza del Club nel territorio sotto la sua responsabilità: si tratta di una risorsa importante ai fini del recupero e del mantenimento di un accettabile livello di salute in quel territorio.
Un esempio: la cooperazione fra i Club degli alcolisti in trattamento ed un servizio pubblico per le tossicodipendenze (Ser.T. di Soverato) secondo l’approccio ecologico sociale ai problemi alcolcorrelati in Calabria F. Montesano Il nostro servizio pubblico, a Soverato, è stato avviato nel 1994. Nel trattamento delle persone con problemi alcolcorrelati, seguiamo il metodo Hudolin, secondo l’approccio ecologico sociale, in collaborazione con l’ARCAT Calabria. Il protocollo di lavoro prevede un’attiva collaborazione tra gli operatori del servizio pubblico ed i servitori dei Club, nel rispetto delle reciproche autonomie. Gli utenti con problemi alcolcorrelati, che si presentano al servizio o vengono a noi inviati, sono invitati ad effettuare colloqui di sostegno e counseling assieme alle loro famiglie. Dopo una valutazione dei problemi correlati all’uso di sostanze alcoliche, viene avviato un programma integrato, finalizzato alla disintossicazione ed al mantenimento all’astinenza a lungo termine. I risultati del primo biennio di attività (Settembre 1994-Settembre 1996), descritti di seguito, sono incoraggianti e confermano l’utilità della metodologia adottata. Dopo il trattamento iniziale: 54 persone (25,3%) sono state perse di vista, solo 25 (11,7%) sono state seguite sempre nel nostro servizio o indirizzate ad altri servizi di competenza, mentre la maggior parte, pari a 134 soggetti (63%) sono stati avviati ai Club della loro residenza, dislocati nel territorio regionale. A distanza di due anni abbiamo inoltre verificato che i soggetti che, con le loro famiglie, hanno frequentato i Club più di altri hanno smesso di bere alcolici; anche nei controlli a distanza, hanno evidenziato un cambiamento dello stile di vita e dei comportamenti assieme alle proprie famiglie ed hanno accettato il programma di verifica e controllo da parte del Ser.T. Molti di loro si sono inseriti nei programmi alcologici territoriali dell’ARCAT in vario modo: alcuni sono servitori-insegnanti, altri partecipano attivamente ad altre iniziative locali di prevenzione e promozione della salute o collaborano attivamente con il nostro servizio pubblico. L’esperienza descritta è, per le sue caratteristiche, al momento unica in Calabria. Essa realizza di fatto un intervento coordinato di tipo dipartimentale tra strutture pubbliche territoriali, ospedaliere ed un’associazione di volontariato (l’ARCAT) che si dedica in maniera specifica al lavoro con le persone con problemi alcolcorrelati. E’ necessario organizzare e razionalizzare in tutto il territorio regionale i servizi per le tossicodipendenze e l’alcolismo, favorendo la collaborazione con i Club degli alcolisti in trattamento, soprattutto per evitare che persone afflitte dal problema dell’alcolismo debbano spostarsi di molti chilometri dalla loro residenza per avere, assieme alle loro famiglie, una risposta concreta. E’ inoltre necessario che la rete dei servizi territoriali, pubblici e privati, sia più funzionale nella comunicazione, dal momento che molti utenti si sono presentati spontaneamente al nostro servizio, non avendo ricevuto alcuna precisa indicazione da altri nodi della rete socio-sanitaria regionale. E’ ugualmente necessario che la rete dei CAT cresca più diffusamente nel territorio della Calabria, essendo, al momento insufficiente alle reali necessità della popolazione. |
Dal 10/04/2008
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