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Il Progetto Pilota del Veneto

L. Colusso

 

Nel 1987 fu approvato, da parte della Giunta Regionale del Veneto, un progetto-pilota indirizzato al trattamento dei problemi alcolcorrelati, che prevedeva diverse aree di ricerca:

-  esplorazione dei fenomeni alcolcorrelati in una popolazione selezionata (i ricoverati negli ospedali delle U.L.S.S. partecipanti al progetto);

-  stessa esplorazione sulla popolazione generale;

-  studio del funzionamento e degli effetti del lavoro dei CAT di tutto il Veneto, per valutarne l’efficacia;

-  sperimentazione di interventi di prevenzione, da applicare poi più diffusamente.

 

Le fasi del progetto

Vengono definite le U.L.S.S. del Veneto comprese nel progetto-pilota, che sono sei: Cadore, Noventa Vicentina, Treviso, Portogruaro, Venezia, Padova. Viene pure concordato che converrà utilizzare l’ARCAT Veneto, per poter più sicuramente portare a termine il progetto, e che un discorso tanto impegnativo e di così ampio respiro (tre anni di attività del progetto, senza contare tutta la fase preparatoria) richiede degli operatori-ricercatori specificamente preparati.

L’approvazione della Giunta Regionale del Veneto, del 17 Febbraio 1987 rappresenta, anche all’interno del progetto stesso, una tappa importante, raggiunta grazie al responsabile del Servizio prevenzione e recupero devianze sociali della Regione Veneto.

Viene costituita una commissione di esperti supervisori, coordinata dal dirigente del Dipartimento per le Politiche Giovanili, Giovanni Santone, di cui fanno parte Vladimir Hudolin, Bruno Pacagnella e Mauro Niero.

Si tengono due corsi di formazione per i ricercatori, e nel frattempo si procede alla minuziosa opera di adattamento di tutti i questionari e delle procedure di attuazione, fino alla determinazione finale di ogni dettaglio del progetto.

 

Ricerca ospedaliera

Ha lo scopo di misurare la numerosità dei problemi alcolcorrelati presenti tra i normali ricoverati. Usa un apposito questionario nel quale si trovano i dati clinici e di laboratorio e gli elementi anamnestici e relazionali, raccolti con i famigliari, oltre che con la persona ricoverata.

In simili ricerche svolte altrove, la percentuale di ricoverati con problemi alcolcorrelati oscilla fra il 10 e il 50%, secondo i criteri di definizione usati, la tipologia dell’ospedale (generale, specializzato ecc.) e lo strumento diagnostico utilizzato.

 

Ricerca territoriale

Prevede di valutare, analogamente alla ricerca ospedaliera, la prevalenza dei problemi alcolcorrelati nella popolazione generale.

In questo caso si è fatto ricorso ad un questionario ripetutamente collaudato, il cosiddetto Wallace, dal nome del compilatore, il medico londinese che ha una riconosciuta esperienza nel campo. Si tratta di un questionario autosomministrato, volutamente semplice, che esplora dieta, movimento fisico, consumo di alcolici e di fumo di nicotina.

Questa indagine è stata prevista in due tempi, distanziati tra loro da un intervallo di due anni. Nella prima parte sono stati raccolti 6.372 questionari.

 

Ricerca nei CAT

Rappresenta il terzo e più impegnativo filone della ricerca. Prevede il monitoraggio, per due anni e mezzo, di tutte le famiglie che accedono ad un CAT, a causa dei problemi legati al consumo di alcol.

In questo caso è stato particolarmente difficoltoso selezionare le informazioni necessarie per valutare i cambiamenti delle diverse ‘aree vitali’, collegarle all’andamento del programma nel Club, e infine strutturare un questionario adeguato per contenuto, accettabilità e possibilità di informatizzazione.

Si tratta di una ricerca che tende a misurare diversi parametri. Una ricerca di tipo quantitativo è indispensabile per fornire informazioni significative circa l’andamento del programma, e le sue ripercussioni sulla qualità della vita dei partecipanti. Più complesso è riuscire a varare una ricerca di tipo qualitativo, che mantenga le caratteristiche di semplicità e fattibilità richieste dal progetto.

La ricerca ha avuto inizio nel Maggio del 1989, ed è estesa su tutta la Regione, interessando tutti i CAT e tutte le famiglie che per la prima volta accedono ai Club. Essa coinvolge tutti i CAT del territorio regionale, per diversi motivi: non raramente la famiglia cambia il Club di appartenenza, trasferendosi in uno più vicino. Se l’indagine fosse limitata ai Club delle sei U.L.S.S., avremmo una quota di famiglie persa per trasferimento, e un’altra quota che entra tardivamente nella ricerca. Abbiamo così un maggior numero di famiglie osservate in un tempo più breve, con una confluenza nella ricerca di tutte le esperienze locali, con le loro specificità ambientali e di programma. Inoltre, il carattere regionale della ricerca favorisce il coinvolgimento di un maggior numero di volontari, in qualità di ricercatori, e il mantenimento di una unità operativa di base di tutti i gruppi di lavoro e di tutti i programmi.

E’ prevista la raccolta di circa 800 questionari, corrispondenti ad altrettante famiglie, nonché la ripetizione dell’indagine dopo sei, dodici e ventiquattro mesi[1].

Del monitoraggio della ricerca, funzionalmente affidata a me, si occupa un gruppo di lavoro che comprende un responsabile per ognuna delle sei U.L.S.S. coinvolte ed un referente per ogni altra U.L.S.S. in cui abbiano sede i Club.

Lo svolgimento di questa ricerca ha permesso alla Regione di scoprire e valorizzare i Club, quindi il progetto-pilota ha avuto molti risvolti positivi:

-  l’impulso ai vari Servizi per una crescita del livello organizzativo, della valutazione dei programmi, dell’organizzazione della ricerca;

-  l’incoraggiamento ad accordi di collaborazione tra le U.L.S.S. e le Associazioni dei CAT, con reciproca utilità;

-  l’accresciuto, reciproco rispetto e conoscenza tra istituzioni e società in generale da una parte e i CAT dall’altra.

 

[1] La parte riguardante la ricerca nei CAT del Progetto Pilota non è conclusa (nota dei curatori).

 

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