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Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
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I Club degli alcolisti in trattamento nelle organizzazioni militariIl Club degli alcolisti in trattamento dell’ex Marina Militare JugoslavaV. CarevPrima della guerra nella ex Jugoslavia, i Club degli alcolisti in trattamento operavano in seno a quasi tutte le categorie professionali. Il primo CAT dell’esercito fu istituito presso l’Ospedale Militare di Split nel 1978. I CAT furono attivi per molti anni e lavoravano sotto il controllo del Centro Educativo Comunale (Dipartimento per la cura delle malattie mentali e delle dipendenze) fondato nel 1980, di cui facevano parte psichiatri, psicologi, operatori sociali e del settore della previdenza sociale. Ho scritto vari lavori di alcologia, molti dei quali dedicati al problema della diffusione dell’alcolismo nella Marina Militare. Uno di questi è la tesi di specializzazione dal titolo ‘Aspetti dell’alcolismo a bordo delle navi della Marina Militare’ (1975), un opuscolo che era reperibile in tutte le biblioteche militari dell’epoca. Anche la tesi di dottorato ‘La struttura della personalità dell’alcolista nei contingenti della Marina Militare’ (1980) fu stampata e distribuita ai membri di questo corpo delle forze armate. Naturalmente, operare in ambito militare implicava problemi diversi da quelli che si potevano incontrare nel contesto civile. In genere, ogni tipo di informazione inerente l’alcolismo era recepita con fastidio dai quadri dell’esercito, che minimizzavano l’importanza della prevenzione di questo fenomeno, al punto che sino alla pubblicazione delle mie opere questo tema rimase praticamente un tabù, il top secret, per così dire, della gerarchia militare di allora.
L’approccio ecologico sociale ai problemi alcolcorrelati nell’ambito della comunità militare italiana G. Guidoni, O. Granati, M. SacripanteLa realtà militare rappresenta un tipico esempio di comunità istituzionale, essendo fortemente caratterizzata sul piano organizzativo e dei rapporti interpersonali da rigide regole e gerarchie. Ciascuno è parte attiva e decisiva dell’efficienza del sistema ed è chiaro come la salute individuale incida sulla salute della comunità. In termini tecnici, si può affermare che l’efficienza operativa del sistema è decisamente condizionata da quella del singolo e viceversa. Per efficienza operativa intendiamo sostanzialmente l’insieme di aspetti fisici, psicologici, sociali e motivazionali che sono necessari per un valido impiego delle risorse umane e logistico-strutturali. Risalta subito l’analogia con il concetto di salute espresso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che fa riferimento al “raggiungimento del completo benessere fisico, psichico e sociale”. Un’adeguata promozione e protezione della salute nelle comunità militari rappresenta quindi una condizione irrinunciabile per una buona efficienza operativa. La realtà istituzionale militare è da sempre condizionata da atteggiamenti rigidamente tramandati sotto il sacro nome di ‘tradizioni’. Tali condizionamenti assumono spesso il carattere di vere e proprie leggi non scritte, che vengono applicate e seguite con rigore a volte maggiore di quello delle leggi ufficiali. Una delle abitudini più diffuse nelle Forze Armate (FF AA) è senz’altro l’uso di bevande alcoliche, sempre presente nei rituali di iniziazione, nelle prove di virilità, in combattimento o nel riposo dopo la battaglia. L’offerta di bevande alcoliche nell’ambito militare è generosa e spesso interferisce pesantemente con l’attività di servizio. Ne consegue un’alta incidenza e prevalenza delle problematiche alcolcorrelate, che fino a pochi anni fa (ma per molti versi ancora oggi) avevano nell’approccio medico, in particolare medico-legale, l’unica forma di risposta operativa, che fatalmente condannava i malcapitati all’espulsione dalla comunità per malattia, con la sottile colpa di non aver ‘retto’ a sufficienza il bere. Come lo stesso Hudolin ebbe modo di rilevare, “nell’ambito della popolazione militare, per i problemi alcolcorrelati, utilizzando un approccio esclusivamente medico, non si può far altro che proclamare le persone con tali problemi non idonee”. Un approccio di tipo medico è fatalmente basato su una diagnosi tardiva, legata alle complicanze soprattutto somatiche del bere, e comporta costi sociali e lavorativi altissimi. Infatti, dato che l’insorgenza delle complicanze somatiche alcolcorrelate si verifica intorno ai 40-50 anni, avremo in primo luogo una riduzione sempre più grave dell’efficienza operativa per 10-20 anni, e dall’altro lato una valutazione di non idoneità con perdita del lavoro, che a questa età comporterebbe (e comporta) conseguenze tragiche sul piano socio-famigliare. Per questo motivo il riconoscimento delle problematiche alcolcorrelate veniva, sino a pochi anni fa, comprensibilmente ostacolato, negato, mascherato fino alle estreme conseguenze. In termini pratici, la non esistenza di una cura medica breve ed efficace dei problemi alcolcorrelati comporta, per le FF AA, la necessità di rivolgersi a percorsi metodologici cosiddetti ‘alternativi’. L’incontro con Hudolin è stato, in questo senso, provvidenziale. Egli infatti era creatore e promulgatore di un approccio già affermato e sperimentato, nonché basato su principi che soddisfanno esigenze di primaria importanza per le FF AA. Tali principi sono rappresentati dalla possibilità di una diagnosi e di un trattamento precoci, dall’ottimo rapporto costi/benefici, dall’importanza attribuita all’organizzazione di una rete territoriale di prevenzione, estensibile anche ai problemi drogacorrelati, massicciamente presenti soprattutto nelle fasce più giovanili delle FF AA. Sotto la guida di Hudolin si sono sviluppate iniziative di ricerca, prevenzione primaria, diagnosi e trattamento precoci, con conseguente riduzione dei costi socio-lavorativi, a favore di una migliore efficienza operativa. Nel 1991, a Firenze, un primo gruppo di ufficiali medici dell’Esercito, responsabili di Consultori Psicologici di vari Ospedali Militari, partecipò a un Corso di sensibilizzazione diretto da Hudolin. Nonostante alcuni appartenenti all’Esercito fossero già inseriti nei programmi alcologici territoriali in qualità di operatori, quella fu la prima volta che l’approccio ecologico-sociale e le FF AA si incontrarono ufficialmente. Fu un incontro intenso, per alcuni versi storico, perché sancì l’inizio di una collaborazione destinata a dare importanti frutti nel lavoro nelle comunità militari. Hudolin era figura altamente carismatica e autorevole, e questo certo non guastava in un ambiente come quello militare! E’ difficile pensare che in un’istituzione monolitica, rigida come quella militare si potesse operare una vera e propria rivoluzione di costume e di cultura. Tuttavia fu avviato un processo di cambiamento che, pur procedendo a rilento, ha portato alla luce l’importanza di una migliore qualità della vita per una migliore efficienza operativa. Da allora, e soprattutto negli ultimi anni, si sono succedute varie iniziative, mirate a una prevenzione primaria, secondaria e terziaria delle problematiche alcol/drogacorrelate in ambito militare, come le attività di sensibilizzazione e ricerca, tese a una riduzione dei consumi generali, come il raggiungimento di un buon livello nella diagnosi precoce e nel trattamento immediato nel luogo dove la persona e la sua famiglia risiedono. La riduzione delle riforme per motivi alcolcorrelati e il miglioramento dell’efficienza operativa costituiscono l’incoraggiante avvio di un importante processo di crescita e maturazione per le FF AA, alla cui base c’è stato il fortunato incontro con un grande uomo di scienza e di pensiero che per sua stessa ammissione non è mai stato particolarmente portato per gli austeri e talvolta incomprensibili rigori della vita militare, ma che tanto e con tanta disponibilità ha saputo dare alla nostra comunità militare. L’esperienza realizzata presso l’Ospedale Militare di FirenzeHudolin svolse il compito di supervisore di un progetto di intervento di prevenzione delle dipendenze da sostanze psicoattive realizzato nelle caserme, tra il 1993 ed il 1995, ad opera del Consultorio Psicologico di Firenze, nell’ambito della propria attività di sensibilizzazione. La Sanità Militare infatti da tempo si occupa di prevenzione dei comportamenti relativi all’uso di sostanze psicoattive (alcol e droghe illegali) e dal 1983 sono state istituite delle strutture dell’Esercito, i Consultori Psicologici, deputati al sostegno psicologico e alla promozione della salute del personale militare. Sarà non superfluo sottolineare come un intervento di prevenzione primaria debba interessare tutta la popolazione, in quanto mira proprio ad evitare l’instaurarsi dei problemi. Paradossalmente spesso assistiamo invece a programmi di educazione sanitaria, ad esempio con persone che hanno già sviluppato un problema, con le quali sarebbe invece opportuno rivolgere programmi di recupero, mentre proprio la popolazione ‘sana’ rimane esclusa dall’intervento perché scarsamente sensibile al problema. Per organizzare la prevenzione primaria quindi è stato necessario rivolgersi sia ai militari di leva sia al personale in servizio permanente. A tal fine è stato realizzato un opuscolo, semplice e chiaro, che fornisce al lettore una serie di informazioni sulle sostanze psicoattive e sui problemi correlati e sia da stimolo per una riflessione sulla pressione da parte della società o dall’interno della caserma a favore dell’uso di sostanze. La realizzazione dell’opuscolo ha impegnato gran parte dell’attività del 1994. Il libretto aveva la finalità di stimolare una riflessione nel lettore, oltre a fornire informazioni. E’ esperienza ormai comune che la semplice informazione, seppure corretta, non è in grado di incidere significativamente sulle abitudini di vita della popolazione se non è accompagnata da una reale messa in discussione della propria posizione rispetto ai comportamenti a rischio. Si è cercato perciò di centrare il testo sui comportamenti piuttosto che sulle caratteristiche delle sostanze, polarizzando l’attenzione su quei comportamenti che più frequentemente mettono a rischio la qualità della vita. Il linguaggio era volutamente confidenziale, pur evitando ogni banalizzazione o il ricorso a messaggi ambigui di tipo sdrammatizzante. La veste grafica è stata studiata per rendere il meno pesante possibile la lettura e per riassumere i messaggi presentati nel testo in modo sintetico ed immediato. Particolare cura è stata data alla promozione di comportamenti rivolti al miglioramento del proprio stile di vita in senso autoprotettivo. In particolare si è voluto insistere sulla qualità e quantità delle relazioni interpersonali, come segnale di possibili stili di vita disfunzionali e come strategie di superamento dei momenti di crisi di adattamento. L’opuscolo richiama infine le figure principali della caserma e dell’ambiente militare a cui rivolgersi in caso di necessità e che insieme costituiscono i cardini dell’attività di sostegno psicologico: l’Ufficiale medico, l’Ufficiale Consigliere, il Cappellano Militare, il Consultorio Psicologico. Sul retro di copertina si trova l’indicazione del Consultorio Psicologico, con i recapiti telefonici e l’invito a rivolgersi per ulteriori informazioni. La scelta di adottare un testo breve e di facile comprensione, che però richieda una certa disponibilità da parte del lettore ad approfondire è stata fatta sulla convinzione che sia preferibile un messaggio che, anche se non recepito da tutti, risulti efficace nel promuovere un cambiamento piuttosto che un messaggio più accessibile, ma scarsamente penetrante. L’obiettivo dell’intero progetto è stimolare un cambiamento almeno in una parte della popolazione, in modo che questo cambiamento possa poi stimolare a sua volta un effetto ‘a cascata’ sul resto della comunità. Gli studi di psichiatria sociale ci dicono che un cambiamento dell’1% di una popolazione diventa sensibile su tutta la comunità. L’opuscolo aveva pertanto lo scopo di servire da strumento per la conduzione dei gruppi, e non di semplice mezzo informativo. Nel 1995 la fase operativa del progetto è partita con l’interessamento del centro di addestramento di nostra competenza, più le caserme da esso rifornite, dislocate tra Grosseto, Arezzo e Firenze. Tutto il lavoro è stato condotto da personale civile convenzionato, con esperienza professionale nel campo delle dipendenze da sostanze psicoattive, con il coordinamento e la responsabilità del Dirigente del Consultorio Psicologico. Gli incontri al Centro Addestramento Reclute (C.A.R.) di Arezzo si sono svolti con regolarità, dall’Aprile del ‘95 al Dicembre dello stesso anno, interessando i vari scaglioni in addestramento presso la caserma. Presso tale sede sono state coinvolte complessivamente 3.651 reclute. Si sono tenuti in tutto 64 incontri della durata di circa un’ora, con una partecipazione media di circa 60 reclute per gruppo. La finalità degli incontri di gruppo in questa fase era essenzialmente di fornire informazioni sulle problematiche alcol/drogacorrelate. Durante i gruppi, come previsto dal programma, è stato distribuito l’opuscolo, illustrandone brevemente il contenuto. Sempre in occasione del primo incontro, alle reclute è stato chiesto di rispondere ad un questionario anonimo sulle abitudini riguardo il consumo di sostanze psicoattive. Nella fase successiva del programma sono state coinvolte le altre caserme sopra citate. I militari partecipanti avevano, nella maggior parte dei casi, già preso parte ai gruppi al C.A.R. Gli incontri hanno avuto cadenza regolare, in giorni prestabiliti e hanno interessato 3-4 gruppi di reclute ogni settimana. L’obiettivo era quello di consentire ad ogni militare di partecipare ad un gruppo al mese. Per ogni caserma un operatore aveva funzione di referente, svolgendola gran parte dell’attività. Gli incontri in questa fase hanno avuto un carattere più dialogico, con la finalità di stimolare la riflessione sui propri comportamenti e la scelta di nuove abitudini. In totale, da Aprile a Dicembre del 1995 sono stati coinvolti nel programma 4.747 militari. In tutte le caserme l’attività è iniziata con delle conferenze per il personale in servizio permanente. Queste avevano lo scopo di presentare il progetto e di iniziare il lavoro di sensibilizzazione del personale permanente previsto. Il lavoro, nelle caserme interessate dal progetto, si è svolto in piccoli gruppi di discussione su argomenti tratti dall’opuscolo che ogni recluta aveva ricevuto. I temi che hanno destato maggiore interesse e stimolato i ragazzi alla discussione sono stati: 1. Il concetto di alcol come droga. I partecipanti ai gruppi hanno mostrato una scarsa conoscenza degli effetti dell’alcol. In particolare è stata rilevata la difficoltà a considerarlo come droga. I rischi legati all’assunzione sono apparsi fortemente sottovalutati, difendendo l’idea di ‘bere normale’, contrapposto ad un concetto di ‘abuso’ ambiguo e mal definito, il cui limite si è rivelato soggettivo e assai incerto. 2. L’associazione sballo-divertimento. Nella cultura giovanile questi risultano come momenti inscindibili. L’assunzione di sostanze psicoattive costituisce la modalità di evasione e di svago più facile ed immediata, la via più veloce di socializzazione e fonte di gratificazione. 3. la negazione dei danni fisici da alcol. Gli effetti lesivi dell’etanolo sono conseguenza sia della resistenza a considerare l’alcol una droga, sia del fatto che i danni cronici sono meno evidenti rispetto a quelli indotti da altre sostanze psicoattive in quanto tendenzialmente più tardivi. 4. La differenza fra droghe naturali e sintetiche. Pregiudizio curioso, la convinzione che gli stupefacenti di origine naturale siano meno dannosi di quelli di produzione chimica è apparsa inaspettatamente diffusa, e conferma la scarsa conoscenza dei reali effetti delle sostanze, al di là di un’abbastanza diffusa conoscenza delle alterazioni psichiche da esse indotte. 5. La non pericolosità delle droghe pure. Un altro pregiudizio largamente diffuso tende ad attribuire alle sostanze additive (i ’tagli’ per l’eroina, le componenti non alcoliche del vino) i danni indotti dalle varie sostanze psicoattive. 6. Il concetto di bere moderato, la ‘giusta dose’. Viene ritenuta dalla quasi totalità del campione l’esistenza di un dosaggio quotidiano ritenuto non pericoloso, nonostante si sia resa evidente l’impossibilità di raggiungere un accordo tra i presenti su questo limite. Il più delle volte, la ‘giusta dose’ coincideva con la propria. 7. L’obbligo sociale al bere: feste, ritrovo con amici, situazioni sociali in genere costituiscono occasioni in cui il bere diviene un comportamento richiesto, più che semplicemente tollerato. 8. L’assenza di informazione su Ser.T., CAT, AA: la maggior parte dei militari coinvolti nei gruppi ha mostrato una assoluta ignoranza sulle strutture esistenti per i problemi alcol/drogacorrelati e sulla loro accessibilità. Alcuni dei risultati del questionario sull’uso di sostanze psicoattive sono apparsi degni di sottolineatura: 1. I dati relativi ai consumi di alcol sembrano a prima vista confortanti in quanto evidenziano un uso decisamente inferiore a quello rilevato nella popolazione generale. Tuttavia è verosimile che essi siano notevolmente sottostimati per errata comprensione o per dissimulazione. Il confronto con i risultati relativi al CAGE (il 33% risponde positivamente almeno ad una domanda) mostrano infatti che la percentuale di bevitori problematici è assai superiore e che coincide con le previsioni di rischio per la nostra società (30% circa della popolazione). 2. Oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato di far uso almeno occasionale di cannabinoidi. E’ da ritenere probabile che il timore di essere individuati e la paura di conseguenze negative renda anche questo dato sottostimato. E’ comunque evidente la vicinanza della percezione sociale dell’uso di cannabinoidi all’uso di alcol per questa fascia di popolazione. 3. La correlazione tra CAGE positivo e storia di incidenti frequenti è da sottolineare, a conferma della pericolosità dell’assunzione di alcol in una popolazione apparentemente non interessata per età e selezione da fenomeni di alcolismo conclamato. Le attività finora svolte hanno dimostrato che: 1. L’attività necessita di una continuità nel tempo e richiede un certo periodo di ‘assestamento’ prima di essere completamente efficace. Non è possibile organizzare una modalità standard organizzativa, in quanto i diversi reparti hanno peculiarità che richiedono differenti modalità organizzative, che vanno studiate volta per volta. 2. L’attività costante di incontro con i militari appare comunque l’unica strategia in grado di affrontare un problema quale l’uso di sostanze psicoattive in una popolazione in massima parte giovanile e con caratteristiche gruppali esaltate. 3. La possibilità di agire sui militari di leva permette di raggiungere una grossa parte della popolazione in una età in cui vengono effettuate scelte importanti rispetto al personale stile di vita; l’intervenire stimolando in tale fase uno stile di vita rivolto alla promozione della salute può essere a lunga distanza una strategia di particolare efficacia. |
Dal 10/04/2008
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