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Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
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I Club degli alcolisti in trattamento e la Chiesa cattolica E. Del Favero In molte realtà d’Italia i Club degli alcolisti in trattamento sono stati accolti bene dai sacerdoti e dalle parrocchie, visto che risolvevano tante situazioni di alcolismo che creavano problemi nella comunità. Così moltissimi Club degli alcolisti in trattamento anche attualmente si riuniscono in sale parrocchiali. Alcuni parroci o consigli parrocchiali hanno contribuito all’organizzazione delle Scuole alcologiche territoriali di 3° modulo, rivolte alla comunità o a particolari categorie di persone. Purtroppo ancora la stragrande maggioranza dei sacerdoti, religiosi e religiose ritiene che le bevande alcoliche siano un alimento, e che un uso ‘moderato’ può far bene (‘la virtù sta nel mezzo’), è solo il ‘vizioso’ che esagera. E spesso considerano tale anche chi tra loro ha problemi alcolcorrelati. Qualche volta era sorta la proposta di organizzare Club specifici per sacerdoti e religiosi. Per poter affrontare meglio questa ed altre questioni, nel Settembre 1994 Vladimir Hudolin organizzò, con la Comunità di San Francesco di Monselice, un Corso di sensibilizzazione ai problemi alcolcorrelati e complessi per gli operatori pastorali. C’è stata una discreta partecipazione. Alla fine si è concluso che c’era la necessità di offrire ad altri religiosi e preti una simile opportunità di essere sensibilizzati sui problemi alcolcorrelati e complessi, non solo delle famiglie, ma anche nelle famiglie dei religiosi e tra i sacerdoti. Si sono invitati tutti i presenti a continuare questo argomento al successivo Congresso di Assisi. Da questo punto di vista non molto è stato fatto, tuttavia alcuni sacerdoti, religiosi e religiose hanno partecipato ad altri Corsi di sensibilizzazione, si sono attivati come servitori-insegnanti nei Club degli alcolisti in trattamento ed alcuni vi prendono parte come alcolisti in trattamento. A questo punto ritengo sia utile riflettere sugli aspetti della vita di parroco in cui i programmi alcologici territoriali dei Club degli alcolisti in trattamento mi hanno portato a riflettere e cambiare. Superamento dell’ ‘aiutare’: L’esperienza nei programmi alcologici territoriali chiede fin dall’inizio (Corso di sensibilizzazione) di mettere in discussione se stessi, apparentemente a partire dal proprio rapporto con l’alcol, in realtà dalla propria disponibilità a lasciarsi mettere in discussione e quindi a modificare meglio se stessi. Una delle prime cose che le discussioni, i gruppi autogestiti ed in particolare i momenti di comunità portano a vivere è il parlare uno alla volta. ‘Regola’ banalissima che tuttavia, se fosse vissuta maggiormente, potrebbe portare ad una maggiore salute mentale nella comunità. In questo modo si riconosce la dignità di ogni persona e l’importanza dell’ascolto di tutto quello che uno ha da dire, per poter cogliere con maggiore pienezza quello che vuole comunicarci, non solo a parole. Conseguenza immediata è che ogni persona viene considerata in quanto tale e non per i ruoli che ha. Certo la sua competenza tecnica è accolta come dono importante, ma non viene separata dalla competenza in umanità e dalla coerenza di vita. Qui come prete mi sono sentito immediatamente stimolato a verificare quello che stava sotto il mio desiderio e la mia disponibilità ad aiutare gli altri. C’è voluto non poco tempo per rendermi conto che questo aveva poco a che fare con la carità cristiana di San Paolo, con l’amore fraterno e con la solidarietà. Era un approfittare del momento di difficoltà dell’altro per pormi su un altro piano e, da salvatore, ‘aiutarlo’ ad uscire da dove si era infangato e sentirmi migliore di tutti gli altri che non avevano avuto il coraggio di ‘sporcarsi le mani’. Non giudicare: Principio umano e cristiano poco presente nella nostra vita. Potrebbe evitarci non poche complicazioni a partire da un risparmio di tempo, ad evitare inutili attriti, con i rispettivi inutili disagi, che portano ad alimentare il disagio spirituale. Tutti sullo stesso piano: E’ un’altra banalissima ‘regola’ che si vive praticamente nei Club degli alcolisti in trattamento, e che è l’attuazione pratica di quanto dicevo prima. Ognuno ha la sua dignità in quanto persona umana, tutto il resto è un patrimonio che, in gran parte, è dono ricevuto da altri, di cui ciascuno è responsabile per la sua parte, nel farlo crescere, maturare, portando man mano i migliori frutti possibili, accogliendo anche il contributo degli altri. Disagio spirituale: “In questo disagio vedo i problemi provocati dalla non accettazione di se stesso, del proprio comportamento e del proprio ruolo nella comunità, della cultura sociale esistente, della prevalente giustizia sociale. Questo disagio è accompagnato da un senso di impotenza davanti al problema e dall’impossibilità di capirlo.”[1] In esso può avere una parte importante il disagio religioso, che deriva in gran parte dal concepire Dio come giudice severo e lasciarsi intrappolare dal giro vizioso del senso di colpa: disobbedienza alla legge, senso di colpa, di inadeguatezza e di impotenza, ricerca del cambiamento, nuova mancanza. E’ necessario riconoscere Dio come padre misericordioso, che ci offre la possibilità di ristabilire la relazione con Lui, modificando il nostro stile di vita e migliorando il nostro rapporto con Lui, con gli altri e con noi stessi. Servitore: Quando Vladimir Hudolin introdusse questo termine a Rovigno nel 1993, mi è venuto spontaneo pensare alla frase del Vangelo: “Chi vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Quindi mi sono sentito richiamare a quello che io dovrei essere nella comunità ecclesiale. Da allora ho cercato di considerare sempre di più come io potevo essere al servizio della comunità in cui vivo, in tutti i suoi aspetti e non solo di quello religioso. Il mio rapporto con i membri degli organismi consultivi si è orientato sempre di più verso l’ascolto, prima di tutto, quindi all’approfondimento, cercando di considerare le differenze come opportunità per una maggiore considerazione della complessità della realtà. Ho imparato ad accettare che ci vuole tempo per poter comprendere, e occorre concederlo anche agli altri. Ecumenismo: Sono passato così da un ecumenismo che già non poneva le Chiese al centro, ad un ecumenismo planetario, dove la solidarietà in cui “tutti sono responsabili di tutti”, come dice Giovanni Palo II nella sua Lettera Enciclica ‘Sollecitudo rei socialis’. Trascendenza: Tutta la vita ci chiede continuamente di andare oltre e superare quanto si è raggiunto, e se non lo si accetta si va certamente incontro a una serie di sofferenze, che coinvolgono anche chi ci circonda, ad iniziare dal proprio sistema famigliare. Anche l’esperienza di Dio, oltre alla conoscenza ed alla fede in Lui, richiede un continuo trascendersi. Meditazione: Anche qui ho ricevuto uno stimolo a trascendermi, prima cercando di conoscere di più, in particolare leggendo, in seguito partecipando ad un’esperienza. E’ stato un andare oltre la riflessione per raggiungere una maggiore libertà interiore dai propri pensieri e dalle proprie emozioni. In seguito ho potuto riconoscere che tutto questo è favorito nei Club degli alcolisti in trattamento sempre attraverso dei semplici comportamenti: puntualità, parlare uno alla volta, lasciare spazi di silenzio… [1] Hudolin Vl. ‘Disagio spirituale ed esistenziale’, La spiritualità antropologica e l’ecologia sociale, Atti del 2° Congresso di spiritualità nei programmi alcolcorrelati e complessi, Assisi, 1994, pag. 32. |
Dal 10/04/2008
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