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V. Cerrato

Il problema dell’alcolismo diventa epidemiologicamente rilevante a cavallo tra l’ ‘800 ed il ‘900 con l’avvento - notevolmente in ritardo rispetto al resto d’Europa - dell’industrializzazione e con il massivo inurbamento che ne conseguì.

In letteratura è ampiamente dimostrato il dilagare del fenomeno come ‘piaga sociale’ a partire dalle zone più industrializzate del Nord Italia, così come era accaduto nel resto del continente nel secolo precedente.

In questo periodo aumentano i consumi pro capite di alcol ed i ricoveri in manicomio per psicosi alcolica. Si tratta di una vera epidemia, tanto che per alcuni anni, all’inizio del secolo, sotto la spinta della psichiatria positivista e di un’idea di Kraeplin, si accende un dibattito sull’opportunità di creare dei luoghi specifici di cura per ricoveri prolungati, i cosiddetti ‘asili per alcolisti’, separati dal neo-istituito sistema manicomiale. Caduta la possibilità di istituire su scala nazionale i cosiddetti asili fino agli anni ’60, la cura fu in tutta Europa, e in particolare in Italia, quella manicomiale, di custodia e violenza coercitiva, raggiungendo valori notevoli nella media dei ricoveri (dal 20 al 50% di tutti gli ammessi a seconda degli Ospedali Psichiatrici).

Solo successivamente, con l’estendersi del sistema mutualistico, gli alcolisti, ritenuti progressivamente sempre meno pericolosi, cominciarono a popolare i reparti di medicina e di neuropsichiatria degli ospedali generali.

Al di là della risposta sanitaria, la storia dell’alcolismo in Italia rappresenta un intreccio tra indifferenza e tentativi legislativi per limitare i danni prodotti con una sostanziale matrice culturale orientata a considerare la bevanda alcolica non solo un bene di consumo, ma un elemento di caratterizzazione della cultura e un fattore di facilitazione dei processi di socializzazione: in particolare la bevanda più caratterizzante è il vino, tanto che addirittura alcune strade sono conosciute e caratterizzate per la produzione vitivinicola.

Come in altre culture occidentali, anche in Italia si è assistito, e bisogna riconoscere che persiste, il tentativo di differenziare e separare il consumo di bevande alcoliche, che viene valorizzato e promosso, e l’alcolismo che trova una giustificazione in quanto espressione di una patologia del soggetto, sia essa di natura biologica, sia sociale.

Nella cultura contadina si usava pagare il lavoro dei braccianti con una porzione giornaliera di vino. Da questa pratica alcuni sociologi hanno tratto il radicamento culturale e popolare del consumo di bevande alcoliche. In realtà questa pratica ha rappresentato una delle forme di sfruttamento del lavoro da parte dei proprietari terrieri.

Il campo legislativo è un importante indicatore delle tendenze culturali come ha dimostrato la recente polemica relativa all’introduzione di etichette informative sui rischi del consumo di bevande alcoliche da applicare sulle bottiglie.

L’uso di bevande alcoliche ed i relativi problemi alcolcorrelati in Italia hanno avuto una loro attenzione sia culturale sia scientifica fin dal 1500. Nello specifico, il primo movimento contro l’alcolismo, fu promosso nel 1864, a Torino, che nella sua seppur breve vita ottenne l’introduzione del nuovo codice penale sull’ubriachezza. Il 1892 vede la costituzione della prima Lega di Temperanza a Lucca, fondata dal padre evangelico valdese Giovanni Rochat, che nello stesso anno promuoverà a Firenze la Lega Italiana Anti-Alcolica.

 

G. Corlito

     Nel 1979 Vladimir Hudolin fonda il primo Club degli alcolisti in trattamento in Italia nella casa della famiglia Pitacco, a Trieste.

Successivamente il panorama dei programmi alcologici italiani si modifica radicalmente, non solo per l’attenzione maggiore al problema delle istituzioni, ma anche per il ruolo di stimolo dovuto all’attivazione delle sempre più numerose famiglie dei Club, collegata allo sviluppo esponenziale del sistema ecologico-sociale.

Fino ad allora siamo di fronte ad esperienze sporadiche, tanto che nel 1979 Vittorino Andreoli, primario degli ospedali neuropsichiatrici di Verona, afferma testualmente: “Recentemente, nel confronto del trattamento della dipendenza alcolica si è fatto poco o si sono dovuti per lo più registrare solo insuccessi”.

Sicuramente in questo processo oltre ai cambiamenti in corso nei sistemi sanitari hanno influito in Italia il dibattito sul superamento dei manicomi e l’influenza degli Alcolisti Anonimi.

Le prime esperienze di superamento dei manicomi tenteranno di introdurre lo strumento della comunità terapeutica e della cosiddetta ‘psicoterapia istituzionale’, per il recupero degli alcolisti segregati in manicomio[1] [2]. Si trattò di tentativi molto sporadici, ma l’influenza culturale fu rilevante e sbloccò proprio in quegli anni nella legge 180 del 1978, che diede la possibilità non solo dell’apertura dei manicomi, ma soprattutto della territorializzazione dei servizi psichiatrici, alcuni dei quali avvieranno le prime esperienze alcologiche formalizzate.

Gli alcolisti anonimi si diffonderanno in Italia a partire da gruppi di lingua inglese, ancora presenti a Roma, soprattutto nella prima metà degli anni ‘70[3], raggiungendo i 150 gruppi attivi nei primi anni ‘80[4]. E’ sulla base della loro esperienza che si diffonderà il concetto dell’alcolismo come malattia, introdotto in campo medico da Jellinek[5] nel 1960, proprio sulla scorta di un’indagine condotta sui gruppi di AA, che emanciperà almeno in teoria il concetto della cura degli alcolisti dal campo psichiatrico-manicomiale.

Secondo Allamani, “è sul finire degli anni ’70 che più o meno allo stesso tempo ed indipendentemente, seppur con diversità nel modo di lavoro e nel livello organizzativo, quattro istituzioni sanitarie hanno dato inizio in Italia a un programma di trattamento degli alcolisti”. Egli cita la Divisione Lungodegenti dell’Ospedale di Udine, diretta da R. Buttolo, il Servizio Sperimentale di Alcologia e Farmacodipendenza di Dolo (Venezia), diretto da L. Gallimberti e le Gastroenterologie, di Arezzo (diretta da D. Angioli) e di Firenze (diretta da A. Morettini).

E’ un elenco, per la verità, impreciso ed incompleto: impreciso perché non rende ragione dell’esperienza di Arezzo, che nasce e si teorizza fin dall’inizio come ‘interdisciplenare’, cioè nata da una collaborazione fra internisti, psichiatri e assistenti sociali, con una metodologia ‘bio-psico-sociale’; incompleto perché tiene fuori un’altra esperienza nata in ambito psichiatrico e psicoterapeutico, quella dell’Istituto di Discipline Psichiatriche e Socio-mediche dell’Università di Ancona, diretta da V. Volterra, in collaborazione con i servizi psichiatrici provinciali e della Divisione di Gastroenterologia della stessa città. Tale esperienza, nata da una cultura psicoanalitica, finì per escludere la possibilità di un trattamento analitico individuale e per proporre approcci ‘multidimensionali’, centrati sul trattamento di gruppo, famigliare e di network, comprensivo della manipolazione psicodinamica degli interventi farmacologici avversativi’.

Delle quattro citate esperienze, quella di Udine nasce esplicitamente al ‘Metodo medico-psico-sociale’, così come allora si definiva la metodologia di Hudolin (successivamente definita ‘approccio ecologico sociale’), con la formazione – attraverso il primo Corso di sensibilizzazione tenuto da Hudolin a Udine – di un primo gruppo di operatori, intorno ai quali ruoterà la prima fase dello sviluppo dei Club in Italia. L’esperienza di Arezzo entra in contatto con Hudolin nel 1984, e dopo un anno di sperimentazione scientifica del metodo aderisce completamente al movimento dei Club degli alcolisti in trattamento. Il servizio di Dolo svilupperà il cosiddetto ‘trattamento multimodale’, cioè una metodologia che integra diversi sistemi di cura all’interno dell’approccio clinico e medico tradizionale e facendo riferimento essenzialmente ai gruppi A.A.

L’esperienza gastroenterologica di Firenze muoverà dalla distinzione tra l’alcolismo ‘minore’ e ‘maggiore’[6] per salvaguardare un approccio di tipo medico connesso alla difesa del bere moderato: vi sarebbero cioè persone che diventano ‘bevitori a rischio’, ma non ‘alcoldipendenti’ per i quali basterebbe un semplice intervento sanitario di tipo informativo per mutare le loro abitudini connesse al bere[7].

Tutte queste esperienze confluiranno nella fondazione della Società Italiana di Alcologia, avvenuta nel 1980, anche se al suo interno le esperienze orientate in senso clinico tradizionale rimarranno egemoniche, e quelle legate ai Club più orientate in senso critico e minoritarie, anche se apertamente riconosciute come prevalenti[8]


[1] D. Casagrande. “Una contraddizione istituzionale: il reparto alcolisti” in F. Basaglia (a cura di). L’istituzione negata, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 275-291.

[2] F. Basaglia, A. Pirella, D.Casagrande. “La scelta comunitaria come alternativa alla dipendenza alcolica. Problemi metodologici in tema di piscoterapia istituzionale dell’alcoolismo”, Rivista di Psichiatria, n. 2 (1976), p. 173.

[3] A. Allamani. “Aspetti generali”, in A. Allamani, F. Cipriani, D. Orlandini. Alcologia in Italia. Una prospettiva epidemiologica. Supplemento alla Rivista Alcologia Vol. V, n. 2 (1993), pp. 85-93.

[4] Servizi Generali Italiani Alcolisti Anonimi, Comitato per la letteratura, “Elenco Gruppi Italiani”, in “Appendice Integrativa” di R. Malca, P. Fouquet, G. Vanchonfrance, Alcologia, Masson, Milano 1986 (trad. it.) p. 221-238.

[5] E. Jellinek, The disease concept of alcoholism, Hillhouse Press, New York, 1960.

[6] Morettini A., Allamani A. ‘Il problema dell’alcolismo in Italia e in Toscana’, Città e Regione, n. 5 (1979), pagg. 70-85.

[7] Allamani A. op. cit., 1993, pagg. 86-87.

[8] .Dice testualmente A. Allamani (quindi una fonte non sospetta) nel lavoro già citato del 1993: “E’ il metodo Hudolin che appare avere più presa tra gli operatori: semplice, chiaro, facilmente riproducibile, coinvolgente un numero ampio di utenti” (pag. 88). Sembra un indiretto riconoscimento della diffusione e della scientificità del metodo centrato sui Club.

 

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